Lungo la linea Morgan: il sentiero Abramo Schimd

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Monte Robon: uscita Molotov

Contributo per un post di AM vedi: Il ritorno del Kras/Carsismo molotov, un récit collettivo. «Ripartiamo quando dovremo star fermi!»

Era tempo che cercavamo di organizzare un’uscita collettiva. Sì, ci sono state piccole escursioni sul Carso, ma dopo tempo le nostre aspettative erano quelle di qualcosa di più. L’imposta fissità del lock down primaverile, poi l’estate, il ripiegamento nel privato: ognuno per sé. Ogni tanto qualche messaggio, una telefonata, al massimo un bicchiere al volo con qualcuno. Sempre in attesa di condividere di nuovo i passi, la fatica, un’orizzonte più ampio.

È ancora una volta dal Carso che arriva la chiamata, ma questa volta decidiamo che l’ambiente carsico con cui ci vogliamo confrontare e più in alto e più a nord. Destinazione monte Robon, vetta parte del gruppo del Canin estremo lembo d’Italia verso Austria e Slovenia. La partenza è minacciata da ordinanze e dpcm incombenti. L’infantilizzazione della società è uno dei tratti caratterizzanti dell’epoca Covid. Arbitrarietà dei provvedimenti, paternalismo, regioni divise in colori come fosse un gioco grottesco. Riusciamo alla fine a partire a sole 24 ore dalla trasformazione delle regione in zona arancione con i suoi divieti. Ripartiamo poco prima di dover stare fermi. Per due settimane perlomeno saremo costretti a non muoverci se non per i motivi consentiti. Ma questo da domani.

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Fuga fuori dal comune

Fin da quando ero piccolo non riuscivo a stare fermo. Fossi nato in anni successivi forse, chissà, mi avrebbero affibbiato una diagnosi di iperattività… Per definirmi mi chiamavano anche “terremoto” visto che sono nato nell’anno in cui in Friuli la terra ha tremato.

Ho patito il potere disciplinare scolastico già a partire dalla scuola materna, che noi però chiamavamo “asilo” e di asilare aveva molto e di asilo poco. Ebbene, da questo asilo io volevo fuggire. Ricordo ancora vagamente quando con il mio amichetto dell’epoca guardavamo fuori dalla rete che ci separava dal mondo esterno immaginandoci ipotetiche fughe. Un giorno, dopo queste fantasie fatte durante l’ora d’aria in giardino all’ombra di un enorme cedro del Libano testimone dei nostri piani, ci nascondemmo in un anfratto. Era metà mattina a quanto mi hanno riferito. Siamo stati trovati (o ci siamo fatti trovare?) solo alla chiusura quando maestre e personale ormai erano in allarme.

Alle elementari non è andata meglio. I miei genitori lavoravano entrambi e per riuscire a gestire noi tre figli ci misero in una scuola a tempo pieno. All’epoca credo fosse l’unica a Udine, ovviamente privata e gestita dalle suore del Rosario, quello che ci costringevano a recitare la mattina se arrivavamo a scuola troppo presto prima di andare in classe. È lì che sono nati il mio anticlericalismo e insofferenza alle regole immagino. Ogni giorno, finite le lezioni, ci facevano stare nei giorni di inverno e di pioggia in una sala con calcetto e qualche tavolino dove la suora di turno ci sorvegliava. Io con altri compagni che come me mal sopportavano quella clausura iniziammo a pensare alla fuga da quella stanza con neon e pavimenti in linoleum. Divenne un gioco per noi, quasi uno sport. La chiamavamo “scappatura”. Consisteva nel nascondersi dalla suora di turno nei posti più improbabili. Giocavamo, cercavamo la libertà, sfidavamo l’autorità che avevamo di fronte, rompevamo la noia.

Sono passati più di trent’anni e rivivo quelle sensazioni. L’infantilizzazione della società è uno dei tratti caratterizzanti dell’epoca Covid. Arbitrarietà dei provvedimenti, paternalismo, regioni divise in colori come fosse un gioco grottesco.

E quindi è di nuovo fuga, evasione, cammino, libertà. Alla faccia della zona arancione, dei divieti e dei lock down più o meno leggeri.

Qualche scatto di una fuga fuori dal comune…

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Rosso: tra Carso e valle del Vipacco

Nei pressi di Branik in Slovenia il giorno prima della chiusura del confine.

Quarantena molotov. Normalissime evasioni

su Alpinismo molotov

Vado al lavoro a piedi per sgranchire le gambe, pochi chilometri. Il lavoro è ai minimi termini. Nel centro di accoglienza del resto l’atmosfera è ancora più claustrofobica che a casa. Se a questo aggiungi che con questa emergenza sono chiusi ufficio immigrazione e commissione territoriale ti rendi conto dello stato di attesa in cui sono sospesi i richiedenti asilo con questo ulteriore rinvio, per di più da trascorrere in stato di cattività. Non stupisce che alcuni stiano andando fuori di testa in questa reclusione forzata. Se loro vanno a fare quattro passi subito vengono notati. Ci stiamo riscoprendo un popolo di spie. I paesani si sentono autorizzati ad ammonirli o a riferire delle loro uscite ad amministratori o cooperanti dell’ente gestore.
Camminando gli sguardi degli altri intimoriscono anche me. Incrociando un anziano sul marciapiede ci guardiamo di sbieco. Entrambi siamo inottemperanti alle regole assurde che ci vengono imposte in questo periodo di quarantena. Del resto ogni giorno cambiano ed è quasi impossibile starci dietro. Emerge il senso di colpa atavico che pare impossibile scrollarsi di dosso. Incrostazioni cattoliche immagino. “A catholic block inside my head” dice una canzone che ora mi risuona in mente…
Vedo una conoscente. È tanto tempo che non la incontro. Impossibile far finta di non averla vista. Saluto per primo. Lei, chiusa nel recinto della sua casa, prima ancora di ricambiare il saluto, mi chiede se ho fatto l’autodichiarazione per muovermi. Io non ce l’ho. Non l’ho mai fatta. Se servirà me la faranno fare le guardie. Balbetto le mie ragioni che paiono comunque delle scuse. La farmacia, un passaggio al lavoro.
La caccia all’untore è aperta. Taglio corto e mi dirigo fuori dal paese. La sensazione paranoica non migliora. Le rare macchine che mi sfrecciano accanto mi fanno sussultare ogni volta. Per fortuna non è la polizia. Neanche questa volta.

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Mi smo tu / Noi siamo qui: sul confine tra l’Isonzo e la Balkan route

Questo post nasce dopo un’escursione sul Carso triestino seguendo i sentieri percorsi dai migranti. A spingerci la retorica sull’invasione e le continue richieste di provvedimenti straordinari e strumenti tecnologici (ultimo caso, l’ipotetico ricorso alle fototrappole) a fare da argine ai passaggi di persone attraverso i confini.

Nel frattempo l’escalation di violenza di questi giorni – caratterizzata dall’ipocrisia della faccia moderata dell’Unione europea, più fascista dei fasci stessi, come abbiamo visto in Grecia dove del resto anche i fascisti sono impegnati, Alba dorata in testa, nella caccia al migrante – ha spostato su un piano se possibile ancora più deteriore e repressiva la politica verso i migranti.

Leggi il post sul sito di Alpinismo Molotov

Dall’abisso alla vetta: come Alpinismo Molotov incontrò Nicoletta Bourbaki al Bus de la Lum

Nicoletta Molotov & Alpinismo Bourbaki: crossover antifascista sull’altopiano del Cansiglio

 

Dall’abisso alla vetta: come incontrò al Bus de la Lum. Il récit collettivo.

Dall’abisso alla vetta: come Alpinismo Molotov incontrò Nicoletta Bourbaki al Bus de la Lum

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