Una non-recensione: ‘Saggio sul Juke-box’ di Peter Handke

Ovvero tracce di letteratura nel luogo meno letterario che potresti pensare: Monfalcone

Ogni luogo stimola la letteratura che merita. Questa riflessione nasce dalla lettura di romanzi di scrittori monfalconesi – e già la definizione ‘monfalconese’ fa problema – o che parlano della città dei Cantieri.

Immagine da Handke Peter, “Saggio sul juke-box. Una coinvolgente riflessione sul tempo e sulla storia”, Garzanti, Milano, 2004, pp. 62-64.

Non è ora però che voglio affrontare questo discorso su Monfalcone e la letteratura in modo approfondito che pure prima o poi vorrei provare a trattare partendo perlomeno da ‘Africa bianca’ di Angelo Colleoni (scritto a cento metri da casa mia) e ‘Tuta gialla’ di Norzio Zorzenon.
Ho appena finito di leggere dello scrittore austriaco Peter Handke ‘Saggio sul Juke-box’. Testo che ho affrontato per il solo esclusivo motivo che cita Monfalcone (ma anche Casarsa in regione: del resto Handke è spesso ospite delle nostre terre).
È piuttosto significativo che un racconto che si caratterizza per l’assenza dell’oggetto intenzionato riconosca in Monfalcone (a pochi passi da casa mia e significativamente nei pressi di quel non-luogo che è la stazione dei treni sospeso tra lo stare e l’andare) una presenza suggestiva dell’oggetto ricercato: il juke-box con tutta la sua carica evocativa di un passato caratterizzato da quel giocattolo sonoro proveniente dagli Stati Uniti.
Monfalcone è triste (ricordate ‘Chi dice “Com’è triste Venezia” non ha mai visto Monfalcone’ come recitava Dario Fo e al suo seguito Paolo Rossi originario della città cantierina e segnatamente della colonìa Solvay sotto casa mia e di cui parla Colleoni nel suo romanzo) e/ma nella sua tristezza si dimostra luogo particolarmente adeguato a rappresentare al tempo stesso la nostalgia e la vitalità: come quelle di e per una certa classe operaia forse.
Qualche parola chiave del saggio (che poi saggio non è): suggestione, fascino, rarità, paesaggio, musica, ricerca (o meglio ‘Versuch’).

Continue reading

Santa Gorizia?

La propaganda nazionalista italiana all’opera. Spesso si fanno analisi sofisticate sulle strategie comunicative e di manipolazione da parte di potere politico e mass media. Spesso invece il loro messaggio, usando strumenti gretti e dozzinali, viene amplificato a colpi di tamburo e a forza di canzoni di organetto apponendosi posticcio alla coscienza e alla memoria.
Il leone di San Marco sul castello di Gorizia è un falso storico. Venne apposto sulle mura nel 1919 dagli italiani.
Gorizia mai fu sottoposta a Venezia se non in una piccola parentesi tra il 1508 e il 1509.
C’è chi sostiene il leone dovesse venire esposto a quell’epoca. Il fatto però che il leone abbia il vangelo aperto (che viene ritenuto popolarmente simbolo della condizione di pace per la Serenissima, anche se la cosa non è suffragata da alcuna fonte storica) confermerebbe l’inganno.

“Di Gorizia mi piacevano molto certe atmosfere, i suoi giardini con le palme, le belle ville risalenti all’epoca in cui la città era ancora una località di soggiorno invernale, la Nizza austriaca. Con Gorizia avevo anche un rapporto affettivo perché era un altro luogo molto legato alla storia della mia famiglia, ma questi sentimenti erano sempre accompagnati da un senso di disagio nel vederla così indissolubilmente associata soltanto alla retorica e alle menzogne della storia, piccola città così poco conosciuta, relegata nella marginalità, stravolta culturalmente da un violento nazionalismo italiano che aveva soffocato la sua friulanità, aveva ghettizzato la sua slovenità e aveva completamente cancellato dalla memoria la sua secolare componente culturale tedesca. A Gorizia la piazza Grande, Travnik in sloveno, Am Anger in tedesco, era diventata Piazza della Vittoria e l’Isonzo che nell’omonima lirica di Carlo Michelstaeder sfociava nel ‘mare senza onde’ era diventato un ‘fiume sacro alla patria’: quell’aggettivo ‘sacro’ stava lì scolpito sul marmo per esaltare un sacrificio e allo stesso tempo per nascondere l’orrore che per attraversarlo o per difenderlo centinaia di migliaia di giovani vite erano state mandate al massacro dalle classi dominanti, le quali non sarebbero mai state giudicate per criminali di guerra. La retorica nazionalista basava la sua verità su una menzogna: quell’assurdo bagno di sangue aveva avuto un senso perché era stato l’inevitabile tributo e il prezzo necessario per realizzare un’idea di nazione. E si continuava a chiamare vittoria una bruciante sconfitta della civiltà”:

Hans Kitzmüller “Viaggio alle incoronate”, Santi Quaranta, Treviso, 1999, pp. 158-159 Continue reading

La svendita dell’esodo

Lucia, classe 1929, oggi vive a Padova. Figlia di un ufficiale della Marina imperiale nato in Ungheria e di un’ebrea istriana, proprietaria terriera, è nata e cresciuta a Pola. «A noi istriani ci hanno trattato malissimo e va detto e scritto. L’Italia ci ha trattato e ci tratta malissimo». Ha lasciato, partendo tra gli ultimi sul «Toscana», la casa con le finestre affacciate sull’Arena. In tre famiglie hanno riempito tre vagoni con tutto ciò che potevano portar via, molti mobili antichi di famiglia, di pregio, scomparsi – e mai ritrovati – in qualche magazzino italiano. La vita è ricominciata lontano dall’Istria. Se ha rinunciato alla casa in campagna, ai terreni, alla vecchia villa padronale, se sua nonna,diventata cittadina croata pur di morire a casa, ha preferito lasciare in eredità tutto alla Jugoslavia – accettando di trascorrere gli ultimi anni di vita in una vasta proprietà condivisa con lo Stato, con gli ex coloni e sua, soprattutto per la parte che riguardava le tasse – Lucia a quella casa antica, protetta dalle locali Belle Arti, non rinuncia. «Stanno aspettando che si muoia tutti – dice – così hanno finito di spolparci per benino. Io ho avuto parenti morti nelle foibe, me ne sono dovuta andare dalla mia terra, ma dall’Italia ancora oggi non ho nulla. Acconti e strumentalizzazioni. Finché sono viva a Roma avranno mie notizie. I miei morti non sono morti perché italiani, ma perché ricchi. Era la rivolta dei peones contro il proprietario terriero, la rivincita della campagna sulla città. E poi mio padre era ungherese! Ha fatto la guerra sotto l’Austria-Ungheria, parlava tedesco. Io ho fatto il liceo a Pola, avevo professori tedeschi che insegnavano letteratura italiana! Venivamo da un altro mondo. Certo, durante la guerra siamo sfollati, ma c’era d’aver più paura in campagna che non in città. In fondo i mie genitori avevano visto tanti “ribaltòn”…» Secondo lei la vera pulizia etnica non è passata per le foibe. «Era una storia orribile ed è altrettanto orribile che nessuno l’abbia mai raccontata agli italiani. Ma quando siamo arrivati, noi istriani, eravamo tutti “vittime” degli inglesi. Me li ricordo ancora, gli inglesi alleati dei croati, che ci allontanavano, noi studenti italiani di Pola, dal liceo…»
«Dopo il Trattato di Londra sapevamo già tutto: ma quale Zona A e Zona B… avevano deciso subito! Gli inglesi erano d’accordo coi croati! – commenta – Gli istriani rimasti a Trieste hanno avuto lavoro e case – assistenza, materia in cui Trieste è maestra – in cambio di una svendita dell’esodo. Loro dovevano solo votare per permettere ai politici triestini di galleggiare. Noi istriani della diaspora oltre al danno ci siamo fatti carico anche della beffa. Io desidero solo poter ricomprare un appartamento nella mia casa di Pola, ma il governo croato non lo consente, quello italiano mantiene in vita lo status quo: finché non moriamo tutti siamo considerati delle pedine della storia da continuare a strumentalizzare. Vorrei chiudere tutte le pratiche aperte per richieste di rimborso ormai pluridecennali. Avevamo anche una mini azienda del legno, ma, siccome è stata considerata industria, per quella non ho mai nemmeno provato ad aprire un contenzioso. Ma almeno un appartamento della mia casa natale lo rivorrei».

Francesca Longo, Matteo Moder Storia della Venezia Giulia : 1918-1998 : da Francesco Giuseppe all’incontro Fini-Violante,Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004, pag. 91-93

 Mauthausen

In questo Lager, non dei peggiori, sono morte più di centodiecimila persone. L’immagine più terribile, forse più ancora della camera a gas, è la grande piazza in cui i prigionieri venivano raccolti e inquadrati per l’appello. La piazza è vuota, assolata e afosa. Niente più di questo vuoto rende l’irrappresentabilità di ciò che si è svolto fra queste pietre. Come il volto della divinità per le religioni che vietano di disegnarne l’immagine, lo sterminio e l’abiezione assoluta non mi lasciano ritrarre, non si prestano all’arte e alla fantasia, a differenza delle belle forme degli dèi greci. La letteratura e la poesia non sono mai riuscite a rappresentare adeguatamente quest’orrore; anche le pagine più alte sbiadiscono dinanzi al nudo documento di questa realtà, che sovrasta ogni immaginazione. Nessuno scrittore, neanche grandissimo, può gareggiare a tavolino con la testimonianza, con la trascrizione fedele e materiale dei fatti accaduti fra le baracche e le camere a gas. Soltanto chi è stato a Mauthausen o ad Auschwitz può cercare di dire quell’orrore radicale; Thomas Mann o Brecht sono grandi scrittori, ma se avessero cercato di inventare una storia di Auschwitz le loro pagine sarebbero state edificante letteratura d’appendice rispetto a Se questo è un uomo.
Forse le testimonianze più adeguate a quella realtà non le hanno scritte neppure le vittime, bensì i carnefici, Eichmann o Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, — probabilmente perché, per dire cos’era veramente quell’inferno, lo si può soltanto citare alla lettera, senza commenti e senza umanità. Un uomo che lo racconti con ira o con pietà lo abbellisce senza volerlo, trasmette alla pagina una carica spirituale che attenua, nel lettore, lo shock di quella mostruosità. Forse per questo è quasi imbarazzante incontrare per caso, a un inoffensivo e amabile pranzo, un sopravvissuto dei Lager, scoprire sul braccio del nostro gentile o antipatico vicino di tavola il numero di matricola del campo; c’è sempre un divario paralizzante fra la sua inimmaginabile esperienza e l’insufficienza dei gesti o delle parole con le quali egli vi accenna, facendola apparire quasi una routine.
Il più grande libro sui Lager lo ha scritto, nelle settimane fra la condanna a morte e l’impiccagione, Rudolf Höss. La sua autobiografia, Comandante ad Auschwitz, è il racconto oggettivo, imparziale e fedele di atrocità che sconvolgono ogni metro umano, rendendo intollerabili la vita e la realtà, e che dovrebbero sconvolgere e quindi impedire anche la loro rappresentazione, la stessa possibilità di raccontarle. Nella pagina di Höss lo sterminio sembra narrato dal Dio di Spinoza, dalla natura indifferente al dolore, alla tragedia e all’infamia; la penna registra imperturbabile ciò che accade, l’ignominia e la viltà, gli episodi di bassezza e d’eroismo fra le vittime, le dimensioni immani del massacro, la grottesca solidarietà automatica che si crea per un attimo, sotto le bombe, fra carnefici e perseguitati.
Höss non è il solito burocrate, pronto a seconda degli ordini a salvare o ad assassinare con eguale efficienza; non è un torturatore come Mengele, non è neppure Eichmann, che racconta e rielabora la propria vicenda perché interrogato dagli israeliani, tentando di non pagare il fio dei suoi delitti.
Höss scrive dopo la condanna a morte, senza che nessuno glielo chieda; la molla che lo spinge a scrivere è oscura, non si lascia spiegare dal desiderio di nobilitare la propria figura, perché l’autoritratto che ne risulta è certo quello di un criminale e il libro sembra obbedire a un’imperiosa esigenza di verità, a un bisogno di ribadire la propria vita, dopo averla vissuta, di protocollarla con precisione, di passarla impersonalmente agli atti. Per questo il libro è un monumento, la registrazione della barbarie, preziosa contro i reiterati e abietti tentativi di negarla o almeno di smussarla, sfumarla. Il comandante di Auschwitz, assassino di centinaia e centinaia di migliaia di innocenti, non è più abnorme del professore Faurisson, che ha negato la realtà di Auschwitz.
Scendo la Scala della Morte, che conduceva alla cava di pietra di Mauthausen. Su questi 186 alti gradini gli schiavi portavano macigni, cadevano per la fatica o perché le SS li facevano inciampare e rotolare sotto i sassi, venivano abbattuti a bastonate o a fucilate. I gradini sono blocchi ineguali e impervi, il sole scotta; il massacro è ancora vicino, vengono in mente divinità arcaiche avide di sacrifici umani, le piramidi di Teotihuacán e idoli aztechi, anche se dèi più moderni e civili non hanno impedito ai torturatori di torturare. Il libro di Höss è terribile — terribilmente istruttivo — perché la sua epica concatenazione di fatti mostra come nella meccanica ruota delle cose si possa giungere, un passo dopo l’altro, a diventare non solo vigili urbani o cuochi dell’esercito del Terzo Reich, comparse dell’orrore, ma anche primattori e registi dello sterminio, comandanti ad Auschwitz.
Gli scalini sono alti, sono stanco e sudato. Adorno ha detto che dopo i campi di sterminio è impossibile scrivere poesia.
Quella sentenza è falsa — e infatti è stata smentita dalla poesia, per esempio da Saba, che sapeva cosa significasse scrivere «dopo Maidanek», altro terribile Lager, ma che ha scritto «dopo Maidanek»; è falsa anche perché non c’è stato soltanto il nazionalsocialismo, e pure dopo i Conquistadores, la tratta dei negri, i gulag o Hiroshima la rima fiore-amore era — è — altrettanto problematica.
La sentenza è tuttavia paradossalmente vera, perché il Lager è un esempio estremo di annullamento dell’individuo — di quell’individualità senza la quale non c’è poesia. Su questa scala di Mauthausen si sente, fisicamente, la superfluità dell’individuo, il suo annichilimento, la sua sparizione; come se egli fosse un dinosauro o un okapi, un animale estinto o in via di estinzione.
Non solo la svastica, ma la storia universale, i processi generali cospirano a questo esautoramento. Il protocollo dell’interroga- torio di Eichmann è un documento estremo di una parcellizzazione dell’esistenza, della persona e del suo agire, che abolisce responsabilità e creatività. Eichmann non uccide, provvede al convoglio e al trasporto di coloro che devono essere uccisi; la responsabilità sembra non coinvolgere nessuno — perché ognuno, anche ad altissimo grado, è solo anello di una catena di trasmissione di ordini — o tutti, ad esempio pure le organizzazioni ebraiche, che i nazisti costringono a collaborare e a scegliere gli ebrei da deportare. Su questi scalini, il singolo si sente uno dei grandi numeri macinati dallo Spirito del Mondo che evidentemente da segni di squilibrio mentale, uno di quei numeri di matricola che l’ufficio competente del Lager incideva sul braccio dei detenuti.
Ma su questi gradini l’individuo ha saputo anche rendersi unico e incancellabile, più grande di Ettore sotto le mura di Troia. Quella giovane donna che, sulla soglia della camera a gas di Auschwitz, si volta verso Höss, e gli dice, sprezzante — com’egli racconta — che non ha voluto farsi selezionare, come avrebbe potuto, per seguire i bambini che le erano affidati, e poi entra sicura con loro nella morte, è la prova dell’incredibile resistenza che l’individuo può opporre a ciò che minaccia di annientare la sua dignità, il suo significato. Nei vari Lager e anche su questa scala di Mauthausen sono avvenute tante di queste gesta, di queste Termopili che fermano la marea dell’abiezione.
Mentre sono ancora sulla scala, ho davanti agli occhi una fotografia, fra le tante viste poco prima nel Lager. È la fotografia di un uomo senza nome, probabilmente, dall’aspetto, un balcanico, un europeo sudorientale. Il viso è sfigurato dalle percosse, gli occhi sono due grumi gonfi e sanguinosi, l’espressione è paziente, di umile e solida resistenza. Indossa una giacca rattoppata, sui calzoni si vedono delle pezze ricucite con cura, con amore del decoro e della pulizia. Quel rispetto di sé e della propria dignità, conservato nel cuore dell’inferno e rivolto anche ai propri pantaloni sbrindellati, fa apparire le uniformi delle SS, o delle autorità naziste in visita al Lager, in tutta la loro miserabile straccioneria da carnevale, costumi presi a nolo al monte dei pegni, con la convinzione che un bagno di sangue li potesse far durare per un millennio. Sono durati dodici anni, meno della mia vecchia giacca a vento che porto di solito in gita.

da Claudio Magris Danubio

UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO GLOBALE

 

Da quando nasciamo, da quando siamo concepiti c'è ritmo. È il battito del cuore, un'alternanza di pieni e di vuoti. L'intreccio di ritmi vuole dire anche l'intreccio di pieni e di vuoti, la respirazione e tanti altri elementi. Il suono stesso e il ritmo del suono esigono il poter avere pause, magari piccole, non riconoscibili immediatamente.

L'entrata del ghetto di Varsavia. Il cartello recita: "Area sottoposta a quarantena: permesso di solo transito". Varsavia, Polonia, febbraio 1941. — Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz

L'universo concentrazionario vuole eliminare il ritmo, tende a riempire tutto, quindi ad avere un tempo che non è ritmato, che è forzato ad avere una forzatura nelle funzioni. Gli individui perdono i connotati individuali, e nello stesso tempo – credo sia un fatto che verifichiamo tutti i giorni senza sentirlo analogo a quell'universo concentrazionario – c'è una regola dichiarata per far funzionare questo mondo: non può funzionare se non trasgredendo le regole. È una cosa nota nei campi di sterminio per chi viveva dentro e per chi viveva fuori. Il campo di sterminio ha regole ferree; è anche a volte stato presentato come una “macchina infernale”; magari qualcuno aveva qualche elemento di dubbio sul fatto che fosse veramente infernale, ma nessuno osava dubitare che fosse una macchina perfetta, cioè ordinata.

I tedeschi (non ritengo che siano solo i tedeschi ad aver fatto funzionare questo meccanismo: c'è una complicità molto più ampia) sono stati capaci. Tutto si può dire, ma non che non fossero capaci. Però tutte le testimonianze note (di Primo Levi, per esempio) e meno note ci aprono gli occhi, se li vogliamo aprire, sul fatto che le regole non erano funzionali. Per far funzionare quel tipo di macchina occorreva trasgredire; bisognava che tutti, singolarmente, in momenti diversi, mai collettivamente, fossero trasgressori, quindi punibili.

Questo si riproduce oggi: nessuno è veramente in regola da non poter essere preso in fallo per una qualsiasi trasgressione.

C'è un'analogia sorprendente: quello che sorprende è anche come la progressione dell'universo concentrazionario, come si è costruito, abbia permesso ai più di entrarci dentro senza rendersene conto.

È a posteriori che uno dice “Ghetto di Varsavia” e lo identifica con una grande tragedia. Chi ci è entrato, giorno dopo giorno, ha avuto un giro di vite al griono, e non ha percepito la tragedia immane che la fine di quell'esperienza ha mostrato a chi l'ha potuta vedere dopo.

C'è entrato e ha cominciato a pensare che doveva fare dei sacrifici in situazioni che non erano ottimali, ma che nonostante questo c'era un'autorità del Ghetto ed era ebraica, c'era una polizia del Ghetto ed era ebraica, c'erano dei negozi che funzionavano, c'era il contrabbando, che era un segno di libertà. C'era la possibilità di trasgredire organizzando delle serate di music-hall; c'erano le inaugurazioni di centri ricreativi, bagni solari sui tetti. C'era una società organizzata. Chi ci viveva dentro aveva l'impressione che non si fosse sempre in una situazione così drammatica come dal di fuori e dopo si è potuto affermare.

Questo rende molto perplessi sul “come siamo adesso”. Forse, un passo dopo l'altro, siamo entrati in una situazione che ha analogie più profonde, ancora più permeabili e permeate nel nostro modo di vivere tutti i giorni.


A. Canevaro, A. Chieregatti La relazione d’aiuto. L’incontro con l’altro nelle professioni educative, Il Mulino, Bologna, 1999, pag. 42-43

sbronza, dopo sbronza, scrittura…

 

Nell’ubriachezza la cosa più bella non è la gaiezza, non quella strada in salita, non quelle braccia sollevate e quelle trovate che vengono, nell’ubriachezza la cosa più preziosa è il giorno dopo, quella sbronza, quei rimorsi di coscienza, quello spleen, quando uno è giù, come voi mi avete trovato mentre lavavo i piatti, quando ero mamma a me stesso e di nuovo, come ogni sbronza, mi dicevo…

Che sarà di te? E questa è la forza di una sbronza, che uno vuole cominciare una nuova vita… e poi, nella sbronza, almeno io, arrivo a pensieri che avrei timore di pensare da sobrio, con il corpo e l’anima prostrati dalla sbronza mi vengono pensieri che in altri momenti mi spaventerebbero, ma quei pensieri nella sbronza sono pensieri genuini, con i quali uno arriva non molto, ma comunque un po’ più oltre… Così, quando durante una sbronza a uno viene in mente chi ha offeso la sera e la notte del giorno prima, quel che ha combinato, quando uno si ricopre di sudore per l’orrore e la vergogna, per tutto ciò che ha spifferato contro di sé, che ha scagliato contro i vicini e gli ospiti, quando dunque gli viene voglia di non vivere di più, quando nella sbronza riflette sul suicidio, allora a un tratto compare la frase seppellita… Che sarà di te? Sapete, in realtà quella mia scrittura, ora mi viene in mente, quella mia scrittura è anche in certo modo una difesa dal suicidio, come se con quella scrittura fuggissi davanti a me e da me, con quella scrittura, ma contemporaneamente da qualche parte scopro questo, che sarà di me? Che ero e chi sono veramente adesso, con quella scrittura in qualche modo mi curo, come i cattolici si curano con la confessione, come gli ebrei si curano davanti al muro del pianto, come i nostri antenati si curavano confidando segreti e apprensioni e orrori a vecchi salici muti, e alla fin fine come i pazienti di Freud si curavano, rilassandosi e spiattellando tutto ciò che veniva loro da dire… Veramente quella mia scrittura è fuggire da una riga all’altra, è così bello vedere tutto questo alla macchina da scrivere, non so mai che cosa ho scritto, insegue sempre e soltanto un certo pensiero che è solo e soltanto davanti a me, voglio raggiungerlo ma lui di continuo mi precede, così come io da bambino fuggivo in treno dalla nonna, come fuggivo dalla scuola a casa, come fuggivo davanti a me stesso dalla casa paterna lungo il fiume, del resto sono sempre fuggito da dove mi trovavo, fuggivo da tutte quelle mie signorine per andarmene a giocare a carte con i ragazzi, per fuggire subito dopo dai ragazzi e dai compagni da qualche parte nell’oscurità, e quando mi fermavo vedevo che dovevo di nuovo fuggire, sempre davanti a me stesso, perché non trovavo uno scopo, da bambino, da giovane uomo, e poi quei miei lavori, avevo sempre un lavoro in cui potevo fuggire, da assicuratore per tornare a casa con grandi aspettative, a casa per fuggirmene fuori, nelle osterie, da commesso viaggiatore di giocattoli e di mercerie fuggivo in terno e in autobus dove? A vendere quei giocattoli e mercerie ai negozianti, come per quattro anni sono andato a Kladno, alla Poldovka, per fuggirmene in autobus al lavoro, al lavoro per trasportare col trenino materiali per i forni Martin, poi di nuovo in autobus a casa, a casa subito in osteria, dove anche oggi a un tratto impallidisco e devo di nuovo andare altrove, così come anche noi oggi siamo continuamente in movimento, sempre di corsa, siamo di continuo per strada perché temiamo, che cosa temiamo?

Che sarà di noi…


da Bohumil Hrabal Le nozze in casa

Dieta padana

 Un individuo abitante in una qualsiasi città del nord Italia mettiamo Borghezio o qualche altro personaggio del genere si alza la mattina e si siede a tavola per la colazione; beve una tazza di caffè, originario della penisola arabica, o una tazza di tè, bevanda indiana, addolcite con un cucchiaio di zucchero, raffinato per la prima volta in India. Mangia una fetta di pane, importato nell’Italia pre-latina dai Greci, con una marmellata di albicocche (di origini cinesi). Se si comporta da salutista, prende anche uno yoghurt, il vitto dei poveri in Turchia, e una spremuta di arancia, frutto proveniente dall’Oriente tramite gli arabi.

A pranzo si mangia un bel piatto di risotto alla milanese: sia il riso che lo zafferano arrivano dall’Oriente. Di secondo una cotoletta alla milanese, cotta con una tecnica, l’impanatura e la frittura comune a tutte le culture; la guarnisce con patate arrosto, giunte dall’America, o spinaci, originari del Nepal.
A cena ovviamente polenta (il mais arriva sempre dall’America), magari con il tacchino ripieno (altro animale americano) o la mitica Cassoeula (il maiale venne addomesticato per la prima volta in Cina, circa diecimila anni fa).
Prima di andare a letto si beve un grappino (i distillati giunsero in Europa tramite i farmacisti arabi) e, pensando con orrore a quanto gli immigrati possono inquinare la sua cultura, «ringrazia una divinità ebraica» di averlo fatto al cento per cento padano.
Andrea Perin La fame aguzza l’ingegno, Eléuthera, Milano, 2005, pag. 11

Islam e donne, non solo velo. Maometto approva l’orgasmo

 
La sessualità nel Corano

“Godete e riproducetevi”, non è un monito del Kamasutra ma del Profeta dell’Islam, Maometto. Il Corano è pervaso da simboli che si riferiscono alla sessualità ed entra in particolari e dettagli “hard”. Antichi testi di poesia araba si soffermano su come usare la lingua sul corpo dell’amata. L’amore fra uomo e donna diventa manifestazione dell’armonia universale, l’unione degli opposti che riproduce la Creazione divina. Fare del buon sesso, quindi, per un autentico musulmano, è addirittura un atto pio.

La famosa sessuologa egiziana Heba Kotb spiega che nel Corano è sancito il dovere di far godere la donna: “La sura (capitolo) trentesima, che indica come comportarsi nella vita di tutti i giorni nei confronti della moglie, insegna che l’amore e la passione tra uomo e donna sono frutto del volere divino e chi non riesce a trovare o a vivere questa passione, deve cercarla perché è un dono di Dio. La seconda sura parla del diritto della donna a provare l’orgasmo”.

 

Il Corano stabilisce anche la necessità dei preliminari. Niente male, in teoria, se si confronta la lotta fatta, in passato, dalla Chiesa Cattolica al piacere. Purtroppo oggi, questa visione pura dell’Islam delle origini, in alcuni paesi è stata contaminata da un’ideologia che va proprio nel senso opposto. Molti non  sanno che è la cultura tribale araba e non l’Islam ad aver portato alla sessuofobia e alla misoginia. I bellissimi testi dei sufi, i mistici islamici, sono quasi sempre pervasi di un forte erotismo, in cui il contatto con l’amata, la sua gioia, il suo piacere, la congiunzione con lei, sono l’anticamera della visione di Dio.

 

Anche nell’Antico Testamento troviamo salmi di questo tipo. Tuttavia, c’è una grande differenza tra il Paradiso dei cristiani e quello dei musulmani: nell’aldilà, i primi  saranno asessuati, i secondi invece conosceranno “l’orgasmo infinito”. Nell’Islàm delle origini il sesso non è mai stato represso, anche se doveva essere iscritto nella cornice del matrimonio. Lo stesso Profeta era un amante generoso e molto attivo che parlava del sesso come di un atto essenziale alla salute di una società, per questo non negava consigli ai suoi adepti, come quello della pratica del coito interrotto.

I problemi sono cominciati tra l’ottavo e il nono secolo, con la codificazione della dottrina islamica che ne ha determinato un irrigidimento e, in alcuni casi, l’ha portata lontana dalla sua armonia con la natura. Questo spiegherebbe anche il graduale declino della cultura araba secondo l’autore de Il Kama-sutra arabo, l’antropologo Malek Chebel che dice: “Non c’è alcuna liberazione possibile senza la liberazione della sessualità che si è accompagnata ad uno straordinario boom tecnologico e intellettuale. Non è soltanto il rapporto con l’altro, il rapporto con il corpo, sono anche le energie intellettuali di creatività, di invenzione”. Molti islamisti parlano di questo, la speranza è che abbiano sempre maggiore ascolto. La libertà civile e religiosa è anche libertà di un sesso senza peccato.
In Italia, a prescindere dai musulmani, la strada da percorrere sembra ancora lunga.

 

Vittoria Iacovella

da: http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/islamdonnemaomettoapprovaorgasmo131.html?pg=2