Anello da Raschiacco a Valle di Soffumergo

Passeggiata ai margini di quella che fu la zona libera del Friuli Orientale: partenza da Raschiacco seguendo l’itinerario proposto da Sentieri Natura: Anello del monte San Lorenzo da Raschiacco. Per ragioni di tempo non abbiamo fatto l’ultima parte che da Valle di Soffumergo (o di Faedis) porta al monte San Lorenzo.

Giro piacevole e suggestivo.

Tempo impiegato 4 ore e 1/2 circa

Monte Robon: uscita Molotov

Contributo per un post di AM vedi: Il ritorno del Kras/Carsismo molotov, un récit collettivo. «Ripartiamo quando dovremo star fermi!»

Era tempo che cercavamo di organizzare un’uscita collettiva. Sì, ci sono state piccole escursioni sul Carso, ma dopo tempo le nostre aspettative erano quelle di qualcosa di più. L’imposta fissità del lock down primaverile, poi l’estate, il ripiegamento nel privato: ognuno per sé. Ogni tanto qualche messaggio, una telefonata, al massimo un bicchiere al volo con qualcuno. Sempre in attesa di condividere di nuovo i passi, la fatica, un’orizzonte più ampio.

È ancora una volta dal Carso che arriva la chiamata, ma questa volta decidiamo che l’ambiente carsico con cui ci vogliamo confrontare e più in alto e più a nord. Destinazione monte Robon, vetta parte del gruppo del Canin estremo lembo d’Italia verso Austria e Slovenia. La partenza è minacciata da ordinanze e dpcm incombenti. L’infantilizzazione della società è uno dei tratti caratterizzanti dell’epoca Covid. Arbitrarietà dei provvedimenti, paternalismo, regioni divise in colori come fosse un gioco grottesco. Riusciamo alla fine a partire a sole 24 ore dalla trasformazione delle regione in zona arancione con i suoi divieti. Ripartiamo poco prima di dover stare fermi. Per due settimane perlomeno saremo costretti a non muoverci se non per i motivi consentiti. Ma questo da domani.

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Fuga fuori dal comune

Fin da quando ero piccolo non riuscivo a stare fermo. Fossi nato in anni successivi forse, chissà, mi avrebbero affibbiato una diagnosi di iperattività… Per definirmi mi chiamavano anche “terremoto” visto che sono nato nell’anno in cui in Friuli la terra ha tremato.

Ho patito il potere disciplinare scolastico già a partire dalla scuola materna, che noi però chiamavamo “asilo” e di asilare aveva molto e di asilo poco. Ebbene, da questo asilo io volevo fuggire. Ricordo ancora vagamente quando con il mio amichetto dell’epoca guardavamo fuori dalla rete che ci separava dal mondo esterno immaginandoci ipotetiche fughe. Un giorno, dopo queste fantasie fatte durante l’ora d’aria in giardino all’ombra di un enorme cedro del Libano testimone dei nostri piani, ci nascondemmo in un anfratto. Era metà mattina a quanto mi hanno riferito. Siamo stati trovati (o ci siamo fatti trovare?) solo alla chiusura quando maestre e personale ormai erano in allarme.

Alle elementari non è andata meglio. I miei genitori lavoravano entrambi e per riuscire a gestire noi tre figli ci misero in una scuola a tempo pieno. All’epoca credo fosse l’unica a Udine, ovviamente privata e gestita dalle suore del Rosario, quello che ci costringevano a recitare la mattina se arrivavamo a scuola troppo presto prima di andare in classe. È lì che sono nati il mio anticlericalismo e insofferenza alle regole immagino. Ogni giorno, finite le lezioni, ci facevano stare nei giorni di inverno e di pioggia in una sala con calcetto e qualche tavolino dove la suora di turno ci sorvegliava. Io con altri compagni che come me mal sopportavano quella clausura iniziammo a pensare alla fuga da quella stanza con neon e pavimenti in linoleum. Divenne un gioco per noi, quasi uno sport. La chiamavamo “scappatura”. Consisteva nel nascondersi dalla suora di turno nei posti più improbabili. Giocavamo, cercavamo la libertà, sfidavamo l’autorità che avevamo di fronte, rompevamo la noia.

Sono passati più di trent’anni e rivivo quelle sensazioni. L’infantilizzazione della società è uno dei tratti caratterizzanti dell’epoca Covid. Arbitrarietà dei provvedimenti, paternalismo, regioni divise in colori come fosse un gioco grottesco.

E quindi è di nuovo fuga, evasione, cammino, libertà. Alla faccia della zona arancione, dei divieti e dei lock down più o meno leggeri.

Qualche scatto di una fuga fuori dal comune…

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Monfalcone: tra le trincee

Nella trincea Joffre: graffito inneggiante alla pace. Salendo, poco prima della grotta Vergine

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Monte Osternig

Percorso seguito quello consigliato da Sentieri Natura

Brestovec

Una passeggiata sul percorso storico del Brestovec (San Michele del Carso – Vrh):

QUI tutte le informazioni per raggiungere il percorso.

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Rosso: tra Carso e valle del Vipacco

Nei pressi di Branik in Slovenia il giorno prima della chiusura del confine.

Sentieri per la libertà: sulle orme del comandante Maso

Dopo l’escursione ad Ampezzo, seconda e ultima passeggiata sui Sentieri per la libertà segnalati dal CAI in Friuli.

È una sentiero a cui tenevo particolarmente essendo dedicato al comandante partigiano Pietro Maset “Maso” che qui venne ucciso il 12 aprile 1945. Nella via a lui dedicata a Udine io sono cresciuto e a quel luogo sono rimasto sempre legato. Alcuni anni orsono intervenni anche sulla stampa per chiedere il ripristino delle tabelle segnaletiche che ricordavano chi fosse.

Non ero mai stato a Piancavallo e, partito dal tiepido cuore della Bisiacaria, mi ritrovo qui con una temperatura che, nonostante siamo a fine maggio, non supererà i 10° C. La strada molto panoramica che sale, tornante dopo tornante, pare essere moto amata dai motociclisti. La località turistica è un freddo non-luogo, non solo per la temperatura. Un accozzaglia di alberghi e locali circondati da crinali stuprati da piste di sci. Pochi turisti vagano infreddoliti con gli sguardi persi in questo posto che per essere descritto l’unica parola che mi viene in mente è: “brutto”.

Alla prima rotonda dopo aver preso la strada seguendo l’indicazione su un cartello blu per “Sauc” al primo bivio tenere la sinistra nonostante il cartello di strada senza uscita. Si può parcheggiare qui oppure salire ancora circa 3 chilometri fino a giungere a Casera Campo (italianizzazione di malga Ciamp, recuperata non molto tempo fa) e trovare spazio per la macchina ai lati della strada poco prima.

Prima dell’ultima curva che porta alla casera si notano una lapide e un cartello che indicano l’inizio del sentiero dedicato a Pietro Maset.

Il percorso, già da quanto scritto nel libro del CAI, si presenta come tranquillo e godibile. Si sale dolcemente e, poco dopo, ad una curva sulla destra un segnale giallo e azzurro indica la breve deviazione per giungere al cippo che commemora il luogo della morte del comandante osovano qui sul Col Sauc.

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