Gorizia: «Follie di guerra» nel centenario della sconfitta di Caporetto

Nelle giornate in cui ricorre il centenario della «battaglia di Caporetto» affidiamo la memoria di quel terribile conflitto a uno studio storico che mette al centro le conseguenze degli eventi bellici sui soldati impegnati al fronte.

Giovedì 26 ottobre dalle ore 17:45 al Centro Di Salute Mentale – CSM Gorizia

Il libro di Ilaria La Fata «Follie di Guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915-1918)», pubblicato da Unicopli nel 2014, affronta il tema dei soldati che tra il 1915 e il 1918 furono internati in manicomio per i traumi prodotti dall’esperienza di un conflitto che, per dimensioni e forme, sottopose milioni di uomini e le popolazioni civili a una violenza nuova e inaudita.

 

Il mio intervento:

– Introduzione al libro – Gorizia ieri e oggi, disertori e profughi – Gibelli e la diserzione: “Scemi di Guerra” – La guerra di trincea

L’audio integrale della serata sul sito di Radio Fragola

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LE DIFFERENZE

“La differenza tra un neurotico, uno psicopatico ed uno psichiatra è questa. Il primo fa castelli in aria. Il secondo va a abitarli. Il terzo riscuote l’affitto.”

 

Maria Luisa Marsigli La marchesa e i demoni. Diario da un manicomio, Feltrinelli, Milano, 1973, pag. 82

 

forse a qualcuno è sfuggito…

UN CASO DI COSCIENZA 2
UN ARSENALE A CASA
in onda giovedì 5 gennaio 2006 alle ore 21,00

Trama: Sono le 20:40 di un giorno qualsiasi quando Mario Mattei spalanca le persiane di casa e comincia a sparare all’impazzata sulla folla. Nella piazza sottostante succede un pandemonio. Con l’arrivo della polizia, Mario “il pazzo” si barrica in casa. Per due ore le autorità, pensando che possa avere anche la moglie e il figlio con sé, tentano di comunicare con Mario, ma senza risultato. Improvvisamente uno sparo spezza il silenzio. Proviene dalla casa. I GIS decidono per il blitz. Dentro trovano solo Mario. Morto, con una pallottola in testa. Aveva un arsenale in casa. A prima vista sembra un suicidio. Ma non lo è. A sorpresa si consegna il signor Giorgi e si dichiara l’assassino. Il movente? I continui abusi di Mario nei confronti di suo figlio handicappato, Andrea Giorgi. E’ così che Rocco accetta la sua difesa.

Il telefilm – di chiaro gusto americano – insiste nella critica alla 180 a più riprese e non certo casualmente è ambientato a Trieste.
Mi pare sia in linea con quanto proposto da Storace – quindi ritorno strutture chiuse in protezione a famiglia e società – e sia parte della strategia di plasmazione dell’opinione pubblica assieme ai servizi giornalistici che sempre più spesso trattano in modo sensazionalistico temi delittuosi legati a soggetti psichicamente disturbati.
Ritengo inoltre che il fatto che un prodotto televisivo così ben confezionato venga mandato in onda in prima serata di un prefestivo su rai uno sia un segnale che l’offensiva reazionaria verso i temi della salute mentale sia meno estemporanea di qualche battuta che può aver fatto il ministro della sanità.

LEZIONI DI PSICHIATRIA 2

Il fatto stesso che nell’ultimo decennio le cooperative si siano diffuse e moltiplicate non può essere assunto come un indicatore di senso, ma come l’espressione di un processo oggettivo che coincide con la dequalificazione di tutto. Parlo soprattutto della diffusione delle cooperative di tipo A, che ha significato la cessione di quote di servizio in delega a privati: sia perché questi costano meno in generale, sia perché rappresentano dei costi non fissi per le aziende sanitarie. Invece che assumere cento persone, che poi devo tenermi per cinquant’anni, pago adesso cento operatori che in seguito potrò spostare, liquidare, sospendere… Questo non è certo un processo positivo in niente; è un fatto e basta, di cui prendere atto. E c’è da chiedersi  che cosa stanno realizzando, di creativo e di veramente innovativo le cooperative di tipo A.”

Franco Rotelli

Giovanna Gallio (a cura di) Io, la Clu. Conversazioni sull’essere e diventare cooperativa, edizioni e, Trieste, 1997, pag. 85.

LEZIONI DI PSICHIATRIA

“Il mio punto di vista è molto semplice. Intanto distinguo nettamente le cooperative di tipo A da quelle di tipo B, o sociali. Le cooperative di tipo A sono agenzie di servizi; non sono cooperative sociali, checché ne dica la legge, e la loro evoluzione o il loro sviluppo personalmente non mi interessa granché. Delle cooperative di tipo B alcune fanno impresa sociale, nel senso che si appropriano di pezzi di sociale e lo utilizzano per permettere ai soggetti vulnerabili di lavorare; questa è la prima condizione per permettere ai soggetti vulnerabili di lavorare; questa è prima condizione per poter dire funziono. La seconda condizione sarebbe la bontà del prodotto che rende ‘sociali’ le imprese, ma nulla garantisce di questo; si tratta di vedere come funzionano, quali regole si danno. Non è certo l’esistenza di una cooperativa di tipo B in quanto tale a garantirci che siamo di fronte a una bella cosa.”

Franco Rotelli

Giovanna Gallio (a cura di) Io, la Clu. Conversazioni sull’essere e diventare cooperativa, edizioni e, Trieste, 1997, pag. 64

Storia di Roberto

da Sconfinamenti n. 6, dicembre 2004

Ero come il milite ignoto della Russia e mi picchiavano.

Roberto

Nel ’41 a mezzanotte sono nato io nel civile, mia mamma ha subito uno shock perché ero nato in tempo di guerra: bombardavano Treviso, Padova, Milano, Roma, Napoli…

Quando non lavoravo da ragazzo andavo al campo scuola a Paderno, o a fare il bagno nella roggia, poi ero elegante: la farfallina celeste, gli occhiali, il cappellino.

Nel 1945 a quattro anni ero all’Olimpia e gli americani applaudivano, andavano per strada, davano cioccolata, sigarette, caricavano le donne: era una meraviglia. Poi finita la guerra sono passati i carri armati in viale Tricesimo, facevano buche nell’asfalto così.

L’Opp di Udine, un distaccamento di partigiani, soldati rientrati dalla Russia e dai distaccamenti tedeschi quando venivano con i treni merci tutti ammucchiati i soldati. Era la milizia, no. Quando vedevano qualcuno ubriaco per le vie, all’una, mezzanotte, li portavano al comando e li interrogavano. Continue reading

Prime considerazioni sulla mia nuova esperienza triestina

Prime considerazioni sulla mia nuova esperienza triestina:
Penso che un’analisi su questi primo periodo a Trieste debba essere fatta scindendo diversi ambiti in cui ho operato/opero in questa nuova realtà.
I – rapporto con gli utenti
II – rapporto con le singole équipe di lavoro
III – rapporto con la coopertiva
IV – rapporto con Azienda sanitaria/Dipartimento di salute mentale.

Avendo girato parecchio l’utenza è chiaramente diversificata: si va da persone con cui si lavora sulla quotidianità a quelle con cui si cerca di raggiungere obiettivi di reale emancipazione (ricerca o mantenimento di un lavoro; casa; rete sociale).
Il modo in cui si lavora è meno lineare che a Udin per via di questi moduli: ore che vengono dedicate da un operatore ad un* singol* utente: sia che questi viva in una struttura (termine bruttissimo) sia che sia una persona seguita da un centro di salute mentale. Quello dei moduli è uno strumento agile per rispondere in fretta ad esigenze critiche. Rischia però di diventare in qualche modo un utile stratagemma per rendere il lavoro dell’operatore ancora più “flessibile” e disagevole quindi.

Le équipe di lavoro sono molto frammentate anche perché si è deciso – o comunque la politica portata avanti è quella – di fare in modo che non si creino gruppi troppo coesi con il rischio che portino avanti discorsi e pratiche scomode sia per quanto riguarda l’ambito lavorativo (quindi rivendicando maggiore tutela e diritti) sia per quanto riguarda la gestione delle strutture (e quindi puntando su discorsi che in psichiatria non possono che essere politici richiamandosi all’esperienza basagliana [esperienza che a Trieste si sta perdendo con un lento ma progressivo ritorno verso l’istituzione chiusa] innanzi tutto).

La cooperativa a Trieste è molto forte e lo si sente. Come si sente anche che è nata per iniziativa di persone che lavora(va)no all’interno del dipartimento di salute mentale con la conseguente ambiguità di rapporti.

L’azienda sanitaria/dipartimento di salute mentale è praticamente assente nella vita degli ospiti delle residenze essendoci una pressoché totale delega alla coopertiva della gestione delle strutture. Quando ci sono i contatti tra équipe di cooperatori e dsm questi avvengono attraverso tecnici – non necessariamente medici, assistenti sociali o infermieri – di un servizio del dipartimento che si occupa di residenzialità e abitazione. Resta certo che al di là dello schermo tuttora esibito di Basaglia la situazione sta collassando (da alcuni anni dicono gli operatori “arrabbiati” che sopravvivono al grigiume quotidiano: almeno da quando c’è stata la privatizzazione della sanità: il passaggio da USL a ASS per intenderci).

Resta fermo il fatto che l’atmosfera è comunque effervescente come del resto ovunque a Trieste: gli scontri e le contraddizioni sono forti e continui o più probabilmente sono io che vivo così la cosa: con l’entusiasmo per le esperienze nuove.
Resta molto interessante – anche se un po’ ipocrita – il seminario cominciato questa settimana sulla vita e l’opera di Basaglia (uno a caso: “I parla sempre le stese robe” mi ha detto un’utente). Basaglia è come un blec per coprire tutte le contraddizioni che ci sono…

“I DANNATI DELLA TERRA”

Mi sono imbattuto in Frantz Fanon e penso che una lettura come “i dannati della terra” in questo periodo storico possa dare una luce nuova, uno squarcio sulle vicende internazionali di adesso.
il libro si occupa di colonizzazione e decolonizzazione, di colonizzati e colonizzatori e in questo periodo di neocolonialismo è interessante leggere cosa pensava un intellettuale engagé per di più di colore all’epoca della guerra d’Algeria. Senz’altro come dice Sartre nella prefazione ci fa vedere le colpe e i privilegi di noi bianchi-occidentali di fronte alle colonie anche a quelli di noi che si dichiarano assolutamente contrari a qualsiasi sfruttamento di altri essere umani.
ecco alcuni passi: uno che ricorda la situazione che si vive in Palestina (ma anche in milioni di altre parti nel mondo: anche a Monfalcone probabilmente) e una su chiesa e colonizzati (e in questo periodo di crociate…)
“La zona abitata dai colonizzati non è complementare della zona abitata dai coloni. Queste due zone si contrappongono, ma non al servizio di un’unità superiore. Rette da una logica puramente aristotelica, obbediscono al principio di esclusione reciproca: non c’è conciliazione possibile, uno dei due termini è di troppo. La città del colono è una città di cemento, tutta di pietra e di ferro. E’ una città illuminata, asfaltata, in cui i secchi della spazzatura traboccano sempre di avanzi sconosciuti, mai visti, nemmeno sognati. I piedi del colono non si scorgono mai, tranne forse in mare, ma non si è mai abbastanza vicini. Piedi protetti da calzature robuste mentre le strade della loro città sono linde, lisce, senza buche, senza ciottoli. La città del colono è una città di bianchi, di stranieri.
La città del colonizzato, o almeno la città indigena, il quartiere negro, la medina, la riserva, è un luogo malfamato, popolato di uomini malfamati. Vi si nasce in qualunque posto, in qualunque modo. Vi si muore in qualunque posto, di qualunque cosa. E’ un mondo senza interstizi, gli uomini ci stanno ammonticchiati, le capanne ammonticchiate. La città del colonizzato è una città affamata, affamata di pane, di scarpe, di carbone, di luce. La città del colonizzato è una città accovacciata, una città in ginocchio, una città a testa in giù. E’ una città di sporchi negri, di luridi arabi. Lo sguardo che il colonizzato getta sulla città del colono è uno sguardo di lussuria, uno sguardo di bramosia. Sogni di possesso. Tutte le forme del possesso: sedersi alla tavola del colono, dormire nel letto del colono, possibilmente assieme a sua moglie. Il colonizzato è un invidioso, il colono non lo ignora quando, cogliendone lo sguardo alla deriva, constata amaramente ma sempre all’erta: << Vogliono prendere il nostro posto>>. E’ vero non c’è colonizzato che non sogni almeno una volta al giorno di impiantarsi al posto del colono.”
“Occorre mettere sullo stesso piano il DDT che distrugge i parassiti, vettori di malattia, e la religione cristiana che combatte i germi e le eresie, gli istinti, il male. […] La Chiesa in colonia è una Chiesa di bianchi, una Chiesa di stranieri. Non chiama l’uomo colonizzato alla via del Signore, ma alla via del bianco, alla via del padrone, alla via dell’oppressore.”
per me che mi occupo di psichiatria è possibile anche un paragone con la situazione del matto e del resto da Fanon è partito anche Basaglia…

Sta nascendo il Forum della salute mentale

Ultimamente mi sta capitando di impegnarmi all’interno del costituendo Forum della salute mentale del Friuli – Venezia Giulia. I “compagni” – come si dice all’interno di certi circoli esclusivi – potrebbero dire che per un anarchico è una presa di posizione contraddittoria rispetto ai propri ideali…io non sono del tutto convinto. E’ certo che il forum è nato dall’esigenza di uniformare legge (la famosa 180) e teorie psichiatriche con le pratiche effettivamente in atto, quindi uno scopo sostanzialmente “istituzionale” – anche se tra virgolette. Un altro degli scopi del forum però è quello malcelato – vedi le parole di Peppe Dell’Acqua a introduzione dell’incontro di Monfalcone… – di fare fronte all’incipiente – così almeno pare – legge di riforma della psichiatria che il governo Berlusconi ha intenzione di varare – con un parziale ritorno al sistema manicomiale seppur edulcorato. Uno scopo quindi marcatamente di opposizione politica, seppur riformista o girotondina – come si potrebbe dire. Il fatto è che ritengo che nei fatti il forum avrà come espressione pratica qualcosa di simile a quella del telefono viola, quindi la denuncia degli abusi psichiatrici. Ritengo inoltre che finché si continuerà – come si sta facendo – a mantenere il forum come un’associazione di liberi cittadini – si è insistito più volte su questo punto  malgrado la sproporzione tra i membri dei vari DSM e quella delle altre persone coinvolte (leggi membri di associazioni e del privato sociale, senza chiaramente neanche considerare gli utenti che finora sono stati tagliati fuori completamente) a vantaggio chiaramente dei primi – si potrà evitare i rischi di burocratizzazione e istituzionalizzazione – un rischio sempre presente: soprattutto in psichiatria – e in questo lo strumento di internet può essere validissimo.

Personalmente sto vivendo questa esperienza soprattutto come un’esperienza professionale, seppur non mi manchi l’entusiasmo e la voglia di partecipare ad un’esperienza che è profondamente culturale e politica (anche nel senso deteriore del termine a tratti)…

Vedremo che succederà…

Luca

PS a proposito di questi argomenti avevo già scritto qualcosa tempo fa sul blog della residenza dove lavoro e credo riproporrò quei post tali e quali perché credo sia necessario comunque mantenere aperto e pubblico il dibattito su temi come questi e perché – come detto poco sopra – per avere uno strumento che eviti per quanto possibile ogni burocratizzazione o voltafaccia…