Gorizia: «Follie di guerra» nel centenario della sconfitta di Caporetto

Nelle giornate in cui ricorre il centenario della «battaglia di Caporetto» affidiamo la memoria di quel terribile conflitto a uno studio storico che mette al centro le conseguenze degli eventi bellici sui soldati impegnati al fronte.

Giovedì 26 ottobre dalle ore 17:45 al Centro Di Salute Mentale – CSM Gorizia

Il libro di Ilaria La Fata «Follie di Guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915-1918)», pubblicato da Unicopli nel 2014, affronta il tema dei soldati che tra il 1915 e il 1918 furono internati in manicomio per i traumi prodotti dall’esperienza di un conflitto che, per dimensioni e forme, sottopose milioni di uomini e le popolazioni civili a una violenza nuova e inaudita.

 

Il mio intervento:

– Introduzione al libro – Gorizia ieri e oggi, disertori e profughi – Gibelli e la diserzione: “Scemi di Guerra” – La guerra di trincea

L’audio integrale della serata sul sito di Radio Fragola

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altroché freud

pensavo che la prima cosa che facciamo noi maschietti venendo al mondo è –  volenti o nolenti – quella di avere un’erezione (penso che il posto da cui arriviamo incida. io in prossimità di quei posti ho quasi sempre un’erezione). la prima cosa che facciamo quando schiattiamo è che per il rigor mortis ci viene un’erezione. tra una e l’altra cerchiamo di utilizzare le nostre erezioni in modo più divertente e costruttivo che in quelle due.

qualcosa vorrà pur dire

Storia di Roberto

da Sconfinamenti n. 6, dicembre 2004

Ero come il milite ignoto della Russia e mi picchiavano.

Roberto

Nel ’41 a mezzanotte sono nato io nel civile, mia mamma ha subito uno shock perché ero nato in tempo di guerra: bombardavano Treviso, Padova, Milano, Roma, Napoli…

Quando non lavoravo da ragazzo andavo al campo scuola a Paderno, o a fare il bagno nella roggia, poi ero elegante: la farfallina celeste, gli occhiali, il cappellino.

Nel 1945 a quattro anni ero all’Olimpia e gli americani applaudivano, andavano per strada, davano cioccolata, sigarette, caricavano le donne: era una meraviglia. Poi finita la guerra sono passati i carri armati in viale Tricesimo, facevano buche nell’asfalto così.

L’Opp di Udine, un distaccamento di partigiani, soldati rientrati dalla Russia e dai distaccamenti tedeschi quando venivano con i treni merci tutti ammucchiati i soldati. Era la milizia, no. Quando vedevano qualcuno ubriaco per le vie, all’una, mezzanotte, li portavano al comando e li interrogavano. Continue reading

EVILENKO di David Grieco

EVILENKO di David Grieco

Uno dei film più assurdamente a favore di una volgarizzazione triviale della psicanalisi nelle sue forme deteriori. Il personaggio chiave è quello dello psicanalista finocchio ed ebreo (finocchi ed ebrei oggi non è più politicamente corretto discriminarli; circa i matti il dubbio rimane) contro i manicomi sovietici come luoghi di detenzione di dissidenti politici eppure così spietatamente manicomiale nel proporre la sua diagnosi di schizofrenia. Esaltazione degli aspetti familiaristici della psicanalisi. Esaltazione della perestrojka come momento di liberazione dalla barbarie comunista (il comunismo reale è stato certo una barbarie ma non mi pare che la perestrojka abbia portato grossi benefici: prima gli sfruttati erano i proletari vittime della dittatura SUL proletariato ora sono sempre i proletari vittime del regime mafioso-democratico-fascista).
Visione della persona affetta da disturbi psichici (come sicuramente era Evilenko per quanto io non credo che la diagnosi esatta sia quella di schizofrenia…ma io non sono un clinico e credo che la clinica sia un gran rischio in campo psichiatrico) solo come persona portatrice di pericoli sociali come nella tradizione più fascista e lombrosiana; oltretutto di quei pericoli che sono gli ultimi tabù della nostra società: la morte e il sesso su minori. Il solito luogo comune sull’eccezionalità del soggetto folle. Ipotesi quasi mesmeriche sull’ipnosi.
Delusione.
Finché non ci renderemo conto che la famiglia tradizionale è alla base di tanta parte degli atteggiamenti micro e macro fascisti non ci sarà una reale emancipazione. Il caso della rielezione di Bush negli Stati Uniti è paradigmatico. Rileggiamoci (ma sempre criticamente e contestualizzando) Deleuze e Guattari, Robert Castel e Foucault, David Cooper e Reich.
ORGONIZZIAMOCI!

Prime considerazioni sulla mia nuova esperienza triestina

Prime considerazioni sulla mia nuova esperienza triestina:
Penso che un’analisi su questi primo periodo a Trieste debba essere fatta scindendo diversi ambiti in cui ho operato/opero in questa nuova realtà.
I – rapporto con gli utenti
II – rapporto con le singole équipe di lavoro
III – rapporto con la coopertiva
IV – rapporto con Azienda sanitaria/Dipartimento di salute mentale.

Avendo girato parecchio l’utenza è chiaramente diversificata: si va da persone con cui si lavora sulla quotidianità a quelle con cui si cerca di raggiungere obiettivi di reale emancipazione (ricerca o mantenimento di un lavoro; casa; rete sociale).
Il modo in cui si lavora è meno lineare che a Udin per via di questi moduli: ore che vengono dedicate da un operatore ad un* singol* utente: sia che questi viva in una struttura (termine bruttissimo) sia che sia una persona seguita da un centro di salute mentale. Quello dei moduli è uno strumento agile per rispondere in fretta ad esigenze critiche. Rischia però di diventare in qualche modo un utile stratagemma per rendere il lavoro dell’operatore ancora più “flessibile” e disagevole quindi.

Le équipe di lavoro sono molto frammentate anche perché si è deciso – o comunque la politica portata avanti è quella – di fare in modo che non si creino gruppi troppo coesi con il rischio che portino avanti discorsi e pratiche scomode sia per quanto riguarda l’ambito lavorativo (quindi rivendicando maggiore tutela e diritti) sia per quanto riguarda la gestione delle strutture (e quindi puntando su discorsi che in psichiatria non possono che essere politici richiamandosi all’esperienza basagliana [esperienza che a Trieste si sta perdendo con un lento ma progressivo ritorno verso l’istituzione chiusa] innanzi tutto).

La cooperativa a Trieste è molto forte e lo si sente. Come si sente anche che è nata per iniziativa di persone che lavora(va)no all’interno del dipartimento di salute mentale con la conseguente ambiguità di rapporti.

L’azienda sanitaria/dipartimento di salute mentale è praticamente assente nella vita degli ospiti delle residenze essendoci una pressoché totale delega alla coopertiva della gestione delle strutture. Quando ci sono i contatti tra équipe di cooperatori e dsm questi avvengono attraverso tecnici – non necessariamente medici, assistenti sociali o infermieri – di un servizio del dipartimento che si occupa di residenzialità e abitazione. Resta certo che al di là dello schermo tuttora esibito di Basaglia la situazione sta collassando (da alcuni anni dicono gli operatori “arrabbiati” che sopravvivono al grigiume quotidiano: almeno da quando c’è stata la privatizzazione della sanità: il passaggio da USL a ASS per intenderci).

Resta fermo il fatto che l’atmosfera è comunque effervescente come del resto ovunque a Trieste: gli scontri e le contraddizioni sono forti e continui o più probabilmente sono io che vivo così la cosa: con l’entusiasmo per le esperienze nuove.
Resta molto interessante – anche se un po’ ipocrita – il seminario cominciato questa settimana sulla vita e l’opera di Basaglia (uno a caso: “I parla sempre le stese robe” mi ha detto un’utente). Basaglia è come un blec per coprire tutte le contraddizioni che ci sono…