La resistenza anti-leghista dei piccoli paesi della Bisiacaria

Marinella Salvi su Il Manifesto

Intorno a Monfalcone. Il comune di Turriaco dedica lo stadio al suo calciatore morto partigiano

A sud di Gorizia e intorno a Monfalcone c’è una zona che si chiama Bisiacaria. Non è Friuli ma nemmeno Venezia Giulia, è un territorio a sè, stretto tra il sotterraneo Timavo e l’Isonzo turchese, dove la gente parla un proprio dialetto che è il frutto delle diverse lingue parlate dalle popolazioni che qui si sono accasate nei secoli: friulani, sloveni, veneziani, croati, tedeschi, italiani. Ne fa una descrizione perfetta Piero Purich in uno dei libri più belli pubblicati nel 2020 (La farina dei partigiani): «Una terra di mezzo che ha costruito una propria identità cogliendo armoniosamente le caratteristiche dei vicini: la leggerezza e il piacere di vivere dei triestini, la temperanza dei friulani, la determinazione degli sloveni».

Sono i paesi che hanno sempre garantito manodopera specializzata ai cantieri di Monfalcone, con bravi sindaci operai e una resistenza contro il nazifascismo tenace e fiera. La capitale culturale di questo particolare territorio è Turriaco, piccolo centro di neanche 3.000 abitanti, dove villette ordinate con giardini curati si allineano intorno al centro storico con i vecchi palazzi padronali e la piazza con la chiesa di San Rocco e il Municipio.

A Turriaco c’è un giovane sindaco che non vuole dimenticare la storia di resistenza della sua cittadina e allora fa mettere pietre d’inciampo perché il ricordo abbia un nome e una targa. Non c’erano ebrei a Turriaco, non sono loro ad essere stati deportati nei campi di sterminio da lì, ma c’erano antifascisti che sono stati rastrellati e portati in Germania a morire con il triangolo rosso sul braccio. Non è l’unico paese della zona, come in altre parti d’Italia d’altronde, ad avere preso una simile iniziativa: così a Doberdò, sul lago squassato da due guerre dove italiani, austriaci, tedeschi e sloveni sono caduti a migliaia, ma anche a Vermegliano, San Canzian d’Isonzo, Fogliano Redipuglia, e ancora a Ronchi, sciaguratamente intitolata ai Legionari di D’annunzio che però nulla avevano a che fare con questo paese che, semmai, ha visto la nascita l’8 settembre del ’43 della prima formazione partigiana italiana, la Brigata Proletaria, tanto che ancora gira una petizione per rinominare il paese «Ronchi dei Partigiani»; Ronchi, che ha contato 158 deportati politici – su 8.000 abitanti – nel maggio del 1944, con i nazisti guidati dai repubblichini triestini della famigerata «banda Collotti»; Ronchi che così ha iscritto nella sua storia un triste primato nell’intera provincia di Gorizia.

Ovunque si sono visti parenti e amici raccolti intorno a quelle piccole pietre luminose, il gonfalone del Comune e le bandiere di Aned e Anpi. Un’occasione per ritrovare anche chi ormai viveva lontano, anche quel parente che non si sapeva di avere, un incontro per saldare legami come può solo la forza di una storia comune. Ma c’è anche altro. A Ronchi era già stata annullata, anni fa, la delibera con cui il Comune, nel 1924, aveva attribuito la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini; quest’anno ha fatto altrettanto Turriaco: «È stata una sorpresa» dice Enrico Bullian, il sindaco: «Abbiamo trovato la delibera con la cittadinanza a Mussolini proprio per caso. Nessuno ricordava e neanche immaginava. Cercando altro, in archivio, è saltato fuori questo pezzo di carta e ci siamo sentiti in dovere di intervenire subito».

La cittadinanza onoraria a Mussolini è stata annullata con i 9 voti della maggioranza, assenti i 4 rappresentanti della Lega. “Succede e succederà ancora” dice Bullian «sono diversi i luoghi che hanno scelto di annullare l’onoreficenza riconosciuta nel ’24 al dittatore fascista, dietro la spinta delle Prefetture. Ma temo che molti Comuni, com’è successo qui, non sappiano nemmeno di averla a quel tempo concessa. Sarebbe bene guardare negli archivi: è una macchia che va cancellata».

Un anno intenso e si avvicina il 25 luglio, quando si organizza un po’ ovunque la pastasciutta antifascista, e anche a Turriaco, sabato, ci sarà una giornata dedicata alla caduta di Mussolini e a quella spaghettata offerta dai Cervi che ha dato inizio alla tradizione. Sarà una pasta da mangiare assieme, nell’area sportiva appositamente attrezzata, in quel campo di calcio intitolato a Marino Minin, turriachese e calciatore, nato proprio il 24 luglio di cent’anni fa e morto partigiano tra le file della Brigata Garibaldi Trieste il 30 novembre 1944. Non l’unico tra i calciatori diventati partigiani e ne parlerà prorio chi se ne è occupato di più: Edoardo Molinelli, giornalista e autore del volume Cuori Partigiani. La storia dei calciatori professionisti nella Resistenza italiana. Sabato sarà anche l’occasione per presentare il murales realizzato all’ingresso dello stadio dai richiedenti asilo ospitati a Turriaco con Mattia Campo Dall’Orto, artista monfalconese che tante tracce di sé ha lasciato in Bisiacaria pur avendo girato il mondo con i suoi progetti partecipati di arte urbana.

In questa terra di mezzo, che ha mescolato lingue e culture sapendone fare tesoro, con i suoi paesi che sanno riempire le sere d’estate di eventi culturali di ogni tipo, c’è anche chi continua, con determinazione, a chiedere meno confini e più solidarietà, più opportunità e bellezza e ricorda, in una regione con un pesante revisionismo leghista, che costruire il futuro chiede spesso un alto prezzo da pagare.

Basta celebrare i caduti di irredentismo e colonialismo fascista!

Anche quest’anno il Covid ci risparmierà la cerimonia con cui alcune associazioni combattentistiche e il Comune di Ronchi dei legionari celebrano Ugo Polonio e Ottone Pecorari ricordati con delle lapidi a Vermegliano.

Queste celebrazioni non hanno niente a che vedere con la pietà per i caduti. Pietà e dolore sono delle emozioni la cui strumentalizzazione politica fa parte del tentativo di imporre una memoria condivisa in cui tutti i morti – che diventano sempre e solo vittime – sarebbero uguali a prescindere da ciò che fecero in vita o come morirono.

Ricordando pubblicamente Polonio e Pecorari indirettamente celebriamo gli ideali che li hanno animati, condividiamo le ragioni di quelle guerre, eppure irredentismo e colonialismo non meritano nessuna celebrazione.

Vermegliano 1921 inaugurazione lapide a Ugo Polonio
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Elda Soranzio, nome di battaglia Lina dell’Intendenza Montes

Una azione della staffetta “Lina”: da Ruda a Ronchi
L’ultimo incontro con Silvio Marcuzzi “Montes”

Elda Soranzio, nome di battaglia Lina dell'Intendenza MontesIncontri durante il Presidio itinerante a Ronchi dei partigiani

Gepostet von Ronchi dei Partigiani am Sonntag, 4. Oktober 2020

Anche su youtube

Ronchi dei Partigiani (o dei Legionari?) Storia di un nome

Su A rivista anarchica
anno 50 n. 445 – estate 2020

Il volume Ronchi dei partigiani, toponomastica, odonomastica e onomastica a Ronchi e nella “Venezia Giulia” (edizioni Kappa Vu, Udine 2019, pp. 224, € 14,00) è un’acuta e utilissima provocazione. Il sottotitolo dice che il libro raccoglie gli atti di un convegno svolto nel 2014 a Selz di Ronchi dal titolo “Di cos’è il nome un nome”.
Ecco, la provocazione risiede proprio in questo, nel fatto cioè di sottoporre a critica quello che per i più è naturale e ovvio: i nomi delle strade che percorriamo, dei luoghi dove viviamo, dei monti e dei fiumi, testimoni perenni della nostra esistenza. Se una cosa davamo per scontata era che si chiamassero come avevamo imparato a conoscerli da bambini.
Ricordo che per me scoprire che Poggio Terza Armata non era il vero e unico nome del paesino davanti al quale passavo tutti i giorni e che in realtà il suo nome era, nel migliore dei casi, l’italianizzato Sdraussina o in realtà lo sloveno Zdravščine è stato per me una rivelazione deflagrante, come quando si viene a sapere del tradimento di una persona cara e si intuisce la lunga serie di bugie che lo hanno preceduto.
L’italianizzazione forzata dei nomi fatta dai fascisti ha segnato per sempre la cultura del territorio, il modo di vedere le cose, il senso comune. Non parliamo infatti di un’evoluzione naturale, di un accumularsi di culture stratificate, ma di un reciso colpo di spada, di un atto violento di snazionalizzazione che è entrato come un veleno nel senso comune delle successive generazioni. Continue reading

Si deve scegliere da che parte stare!

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MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA:
SI DEVE SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE.
Il Sindaco di Rijeka, Vojko Obersnel, nella sua lettera contro le celebrazioni dell’occupazione della città di Fiume, ha scritto che “le iniziative che festeggiano l’occupazione delle terre degli altri, sono in opposizione con la politica europea, che, come una delle proprie basi, ha l’antifascismo”.
Esistono date profondamente divisive, in antitesi tra di loro, opposte, incompatibili
Stare con il 12 settembre del 1919 significa stare con il fascismo prima del fascismo, con l’occupazione di Fiume mossa dal nazionalista D’Annunzio, “il duce divino” come si faceva chiamare. Uno che voleva fare la marcia su Roma prima di Mussolini e che introdusse gran parte della simbologia e del razzismo che verrà assorbito dal fascismo che si porrà in assoluta continuità con la marcia fiumana. Chi sostiene il contrario rischia di essere vittima della propaganda fascista del terzo millennio, che ha tutto l’interesse di sdoganare D’Annunzio e l’orripilante esperienza fiumana, per salvaguardare un simbolo del nazionalismo italiano sacro al fascismo. Il dannunzianesimo è l’antitesi dello spirito che ha portato alla formazione della nostra Costituzione.
Si può stare con l’antislavismo, con i processi di italianizzazione forzata introdotti a Fiume contro i croati reputati “razza inferiore”, con il nazionalismo reazionario, con il suo essere eversore, con l’olio di ricino e le camicie nere di Fiume.
Oppure si può stare con la Resistenza, che ha le date simboliche del 25 aprile e 8 settembre.
Si deve scegliere da che parte della storia stare
Non si possono accettare promiscuità, o condivisioni di eventi così distinti e distanti, come se fossero tra di loro compatibili, condivisibili, in comune. Continue reading

La Repubblica di Emma – Teatro, Musica e Parole sulla Resistenza

La Repubblica di Emma è un’idea recente nata da un ideale antico.

Vorremmo creare un legame tra passato e presente, trovare nuove vie per trasmettere la memoria e, soprattutto, stimolare riflessione e crescita. Vogliamo dimostrare che la Resistenza non è lettera morta da lasciare al passato, ma che attraverso studio e reinterpretazione i suoi valori possono e devono essere ispirazione, base e stimolo per il futuro.

Cercheremo di fare tutto questo attraverso il Teatro, la Storia, le Parole e la Musica, sperando nella vostra partecipazione ed interazione.
La linea ispiratrice della Repubblica è data da alcune righe lasciateci da Emma stessa, righe che si riferiscono alle giornate immediatamente precedenti il 25 Aprile:

Nelle mie personali memorie ha una collocazione di grande riguardo il momento in cui, discendendo la montagna, mi si è presentata la pianura friulana verde, fiorita, libera: ho pensato, immaginato un vivere finalmente senza violenze, senza odio, un vivere in cui ogni uomo rispettasse l’altro uomo senza distinzioni di nazione, censo, religione, pelle.
Per quel momento e per quegli ideali – naturalmente non avendo 76 anni – ripeterei con grande entusiasmo la mia esperienza nella Resistenza.

Speriamo di vedervi presto, cittadini come noi della Repubblica di Emma – Anno Zero

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