affari e sanità: riflessioni sul terzo settore

da Germinal 124 del maggio 2016, p. 4

Propongo alcuni spunti di riflessione rispetto a quell’ampio settore che comprende le cooperative sociali delle quali, in quindici anni di attività, ho attraversato numerosi ambiti (salute mentale, minori devianti in ambito scolastico-domiciliare, comunità protette, progetti ad alta intensità educativa, ma anche comunità madre-bambino, tossicodipendenze e trasversalmente anche disabilità fisiche e sociali), concentrandomi sulle criticità piuttosto che sui punti di forza, che pure coesistono. Non rientra in questa riflessione tutta la parte che riguarda il mondo delle cooperative B: quelle costituite da persone socialmente svantaggiate associate in forma cooperativa per svolgere attività di produzione-lavoro e di servizio operando nell’assistenza, nella ristorazione, nei servizi ambientali o agricoli e quant’altro. Le cooperative B inoltre hanno una storia propria, con dinamiche economico-sociali, ma in parte anche normative, differenti. Le prime cooperative sociali infatti nascono dal bisogno e la necessità dei diritti agli internati nei manicomi costretti al lavoro in condizioni schiavistiche per pretesi motivi “terapeutici”. Entrando nel merito delle cooperative di tipo A, bisogna innanzitutto notare come l’esternalizzazione di diversi settori della sanità – un tempo pubblica – sia affidata a soggetti diversi tra loro per natura (privato, privato sociale, fondazioni, associazioni, volontariato, comitati, ONG, enti ecclesiastici, Onlus ecc.) che inquadrano i lavoratori del settore in numerosi contratti collettivi compreso il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del personale del comparto del servizio sanitario nazionale. Esistono diversità anche a livello territoriale dovute alle normative locali che, lungi dal garantire una eccellenza del servizio locale, di fatto creano una guerra tra i lavoratori del sociale in una congiuntura economicamente sfavorevole soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico. Continue reading

‘Per un welfare di qualità’

Giustizia sociale, diritti, dignità
Lo scorso 16 dicembre a quasi 2 anni dalla scadenza è stato rinnovato il contratto  collettivo nazionale per le cooperative sociali.

Immediatamente evidente dal punto di vista economico la totale resa, in nome delle esigenze di bilancio di amministrazioni locali, aziende sanitarie e gruppi dirigenti delle cooperative sociali, penalizzando gli stipendi dei lavoratori che si trovano a pagare in questo modo “la crisi”.
La mancanza del riconoscimento degli arretrati e l’aumento spalmato in tre tranche (l’ultima a contratto già scaduto!!!) di 70 miseri euro lordi è persino offensiva per chi ha la busta paga spesso in sole 3 cifre…
Ma la vera novità di questo contratto è l’introduzione dell’apprendistato formativo che consentirà di assumere un numero di apprendisti che può arrivare a un numero pari all’80% del resto dei dipendenti della cooperativa stessa prevedendo retribuzioni tra l’85% e il 90% del salario pieno della qualifica da conseguire… insomma una ulteriore e pericolosa incentivazione del precariato.
I sindacati concertativi hanno spinto anche per la “sanità integrativa”, in base alla quale le cooperative dovranno versare 5 euro mensili a fondi privati per l’assistenza sanitaria integrativa: dove andranno a finire i versamenti? Quanti di questi fondi sono-saranno direttamente riconducibili ai firmatari di questo verbale di accordo?
Il potenziamento della contrattazione decentrata poi è decisamente preoccupante, visto anche il totale lassismo in merito di CGILCISLUIL categoria “FUNZIONE PUBBLICA”, distratte e distanti dalla peculiare categoria costituita dai lavoratori e lavoratrici delle cooperative sociali. Il 20 gennaio scadeva il periodo per le consultazioni tra i lavoratori per l’approvazione del rinnovo contrattuale previste dal verbale di accordo firmato a dicembre. A quanto pare – ma allo stato attuale non risultano dati complessivi e definitivi – c’è stato un prevedibile 90% a favore del rinnovo anche perché quella è stata l’unica posizione presentata all’interno dei luoghi di lavoro essendo la linea ufficiale dei firmatari del verbale d’accordo.
Le ragioni del NO sono state portate avanti da poche voci di dissenso all’interno dei luoghi di lavoro ma laddove questo è successo, grazie anche alla mobilitazione di USB, USI-AIT e Cobas (ad esempio nel bolognese, nel lodigiano e in Friuli Venezia Giulia), nelle assemblee i NO sono stati preponderanti e si sono realizzate anche altre iniziative di protesta.
Queste assemblee, del resto organizzate male e tardivamente, hanno avuto una scarsissima partecipazione dimostrando come si sia trattato solo di un’operazione demagogica necessaria, oltre che alla rapida approvazione del contratto, forse anche perché CGILCISLUIL portassero quanto prima agli incontri con il governo il trofeo dell’apprendistato anche nel CCNL della cooperazione sociale: tra i primi (il secondo per l’esattezza) a recepire la normativa Sacconi in materia (D. lgs. 167/2011).
Insomma si è svenduta la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici (e ricordiamo che queste ultime costituiscono la maggioranza degli impiegati nel settore) precarizzando sempre più un settore già poco tutelato e impoverendolo ulteriormente con aumenti che non coprono neppure la perdita di potere d’acquisto subita negli scorsi anni.
Dulcis in fundo la presa in giro della consultazione ai lavoratori che finge una pratica partecipativa che nei fatti non esiste (ma questa mistificazione è un vizio atavico della cooperazione sociale). Questa che è una vera e propria aggressione agli stipendi ed ai diritti è ulteriormente aggravata dal fatto che colpisce una categoria di lavoratori che – seppure spesso invisibili – offrono servizi essenziali a categorie fragili: bambini, anziani, disoccupati, minori con disagio, migranti, rifugiati politici, disabili fisici e psichici, minoranze etniche, ragazzi e ragazze con problematiche scolastiche o con l’uso di sostanze, detenuti…
“Giustizia sociale, diritti, dignità: per un welfare di qualità” era scritto su un cartello ad un recente presidio di protesta organizzato da USI-AIT e USB a Trieste contro questo contratto.
Ed è solo il minimo che si possa pretendere.

Luca (USI-AIT cooperative sociali)

pubblicato anche su Umanità Nova

NO TAV – NO CORRIDOIO 5

né in Val Susa né sul Carso

A Venaus la violenza di polizia e carabinieri contro il popolo della Valle

Hanno iniziato svegliando con calci, pugni e manganellate chi dormiva nelle
tende accampate vicino al presidio, poi hanno lanciato le ruspe contro le
barricate di legna sulla strada e contro le donne e gli uomini che vi
stazionavano, hanno pestato con violenza e assediato tutti coloro che si
trovavano vicino alla baracca del presidio.

Infine al grido “vi massacriamo” e a suon di manganelli hanno sospinto la
gente verso il paese. Contemporaneamente chi cercava di salire per
raggiungere il presidio è stato violentemente caricato, mentre tutti gli
accessi a Venaus sono stati bloccati, perfino alle stesse autombulanze.

Dalle quattro di stanotte l’occupazione militare della Valle di Susa è
diventata guerra aperta a tutto il popolo della Valle, provocando decine di
feriti -anche tra i giornalisti-e strappando le fasce tricolori ai sindaci.

La democrazia è morta.

Si sono giocati qualsiasi ipotesi di “tregua olimpica”.

Nelle fabbriche e scuole delle valle si stanno organizzando fermate ed
uscite. La Confederazione Cobas ha dichiarato lo sciopero per tutte le
fabbriche della Valle e della Gronda ovest di Torino, e invita tutte le
lavoratrici ed i lavoratori a recarsi in Valle per partecipare alla
mobilitazione generale ed alle numerose iniziative che si stanno
organizzando.

Confederazione Cobas Torino