Lungo la linea Morgan: il sentiero Abramo Schimd

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Fuga fuori dal comune

Fin da quando ero piccolo non riuscivo a stare fermo. Fossi nato in anni successivi forse, chissà, mi avrebbero affibbiato una diagnosi di iperattività… Per definirmi mi chiamavano anche “terremoto” visto che sono nato nell’anno in cui in Friuli la terra ha tremato.

Ho patito il potere disciplinare scolastico già a partire dalla scuola materna, che noi però chiamavamo “asilo” e di asilare aveva molto e di asilo poco. Ebbene, da questo asilo io volevo fuggire. Ricordo ancora vagamente quando con il mio amichetto dell’epoca guardavamo fuori dalla rete che ci separava dal mondo esterno immaginandoci ipotetiche fughe. Un giorno, dopo queste fantasie fatte durante l’ora d’aria in giardino all’ombra di un enorme cedro del Libano testimone dei nostri piani, ci nascondemmo in un anfratto. Era metà mattina a quanto mi hanno riferito. Siamo stati trovati (o ci siamo fatti trovare?) solo alla chiusura quando maestre e personale ormai erano in allarme.

Alle elementari non è andata meglio. I miei genitori lavoravano entrambi e per riuscire a gestire noi tre figli ci misero in una scuola a tempo pieno. All’epoca credo fosse l’unica a Udine, ovviamente privata e gestita dalle suore del Rosario, quello che ci costringevano a recitare la mattina se arrivavamo a scuola troppo presto prima di andare in classe. È lì che sono nati il mio anticlericalismo e insofferenza alle regole immagino. Ogni giorno, finite le lezioni, ci facevano stare nei giorni di inverno e di pioggia in una sala con calcetto e qualche tavolino dove la suora di turno ci sorvegliava. Io con altri compagni che come me mal sopportavano quella clausura iniziammo a pensare alla fuga da quella stanza con neon e pavimenti in linoleum. Divenne un gioco per noi, quasi uno sport. La chiamavamo “scappatura”. Consisteva nel nascondersi dalla suora di turno nei posti più improbabili. Giocavamo, cercavamo la libertà, sfidavamo l’autorità che avevamo di fronte, rompevamo la noia.

Sono passati più di trent’anni e rivivo quelle sensazioni. L’infantilizzazione della società è uno dei tratti caratterizzanti dell’epoca Covid. Arbitrarietà dei provvedimenti, paternalismo, regioni divise in colori come fosse un gioco grottesco.

E quindi è di nuovo fuga, evasione, cammino, libertà. Alla faccia della zona arancione, dei divieti e dei lock down più o meno leggeri.

Qualche scatto di una fuga fuori dal comune…

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Rosso: tra Carso e valle del Vipacco

Nei pressi di Branik in Slovenia il giorno prima della chiusura del confine.

Gonars è il nome di un campo di concentramento fascista

In una estate razzista si è distinto anche il sindaco di Gonars, paesino della bassa friulana. Eppure il fatto che questa piccola località sia stata durante la seconda guerra mondiale sede di un campo di concentramento per slavi faceva sperare che lì ci fosse una sensibilità maggiore ai temi del razzismo e della discriminazione, perlomeno da parte delle istituzioni.

Ho voluto andare a vedere i monumenti funerari nel cimitero del paese cosa resta di quel campo.

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8 settembre ’43-’18: Giro in bici tra cimiteri e campi di concentramento

75 anni dopo ho percorso la strada fatta da croati e sloveni internati a Sdraussina e Visco. Manca Gonars che non ho raggiunto perché a Visco mi sono aggregato a una visita guidata al campo finita a chiacchiere e bicchieri.

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Mrzli Vrh

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I Laibach nel tunnel Panovec

da Konrad n. 221, novembre 2016, p. 22

Anche quest’anno, per una settimana (dal 9 al 17 settembre), Nova Gorica si è trasformata nella Città dei giovani. Mesto mladih il nome della manifestazione: workshop, tornei sportivi, laboratori per ragazzi di ogni età, proiezioni cinematografiche e concerti in ogni angolo della città. Questo lo slogan della festa: “Prendete il vostro tempo, questo è il vostro tempo, tempo per i giovani”. Continue reading