Santa Gorizia?

La propaganda nazionalista italiana all’opera. Spesso si fanno analisi sofisticate sulle strategie comunicative e di manipolazione da parte di potere politico e mass media. Spesso invece il loro messaggio, usando strumenti gretti e dozzinali, viene amplificato a colpi di tamburo e a forza di canzoni di organetto apponendosi posticcio alla coscienza e alla memoria.
Il leone di San Marco sul castello di Gorizia è un falso storico. Venne apposto sulle mura nel 1919 dagli italiani.
Gorizia mai fu sottoposta a Venezia se non in una piccola parentesi tra il 1508 e il 1509.
C’è chi sostiene il leone dovesse venire esposto a quell’epoca. Il fatto però che il leone abbia il vangelo aperto (che viene ritenuto popolarmente simbolo della condizione di pace per la Serenissima, anche se la cosa non è suffragata da alcuna fonte storica) confermerebbe l’inganno.

“Di Gorizia mi piacevano molto certe atmosfere, i suoi giardini con le palme, le belle ville risalenti all’epoca in cui la città era ancora una località di soggiorno invernale, la Nizza austriaca. Con Gorizia avevo anche un rapporto affettivo perché era un altro luogo molto legato alla storia della mia famiglia, ma questi sentimenti erano sempre accompagnati da un senso di disagio nel vederla così indissolubilmente associata soltanto alla retorica e alle menzogne della storia, piccola città così poco conosciuta, relegata nella marginalità, stravolta culturalmente da un violento nazionalismo italiano che aveva soffocato la sua friulanità, aveva ghettizzato la sua slovenità e aveva completamente cancellato dalla memoria la sua secolare componente culturale tedesca. A Gorizia la piazza Grande, Travnik in sloveno, Am Anger in tedesco, era diventata Piazza della Vittoria e l’Isonzo che nell’omonima lirica di Carlo Michelstaeder sfociava nel ‘mare senza onde’ era diventato un ‘fiume sacro alla patria’: quell’aggettivo ‘sacro’ stava lì scolpito sul marmo per esaltare un sacrificio e allo stesso tempo per nascondere l’orrore che per attraversarlo o per difenderlo centinaia di migliaia di giovani vite erano state mandate al massacro dalle classi dominanti, le quali non sarebbero mai state giudicate per criminali di guerra. La retorica nazionalista basava la sua verità su una menzogna: quell’assurdo bagno di sangue aveva avuto un senso perché era stato l’inevitabile tributo e il prezzo necessario per realizzare un’idea di nazione. E si continuava a chiamare vittoria una bruciante sconfitta della civiltà”:

Hans Kitzmüller “Viaggio alle incoronate”, Santi Quaranta, Treviso, 1999, pp. 158-159

D’Annunzio ritratto sdentato (il Vate perse effettivamente i denti a causa soprattutto dell’abuso di cocaina).

Sul fianco del Duomo, lungo via Marconi:
“QUESTO VETUSTO TEMPIO METROPOLITANO
DISTRUTTO DALLA FURIA DELLA GUERRA
IN GORIZIA LA DILETTA
IL GOVERNO NAZIONALE FASCISTA
DUCE MUSSOLINI
VOLLE
CHE RISORGESSE IN FORME DI RINOVELLATO SPLENDORE
MONUMENTO IMPERITURO D’ARTE ITALICA
ASILO SERENO DI FEDE FUSA IN UN SOL PALPITO
COLL’ARDENTE AMOR PATRIO DE’FRATELLI REDENTI
XXV OTTOBRE MCMXXX – – ANNO VIII E.F.”
L’anno dopo i patti lateranensi… chiesa e regime… di là no si scjampe…

Non solo cittadinanza intangibile a Mussolini. A Gorizia sopravvivono altre tracce del fascismo. Ad esempio via Balilla. Sullo sfondo l’Istituto intitolato all’architetto Max Fabiani. Di origine carnica con ascedenze bergamasche da parte di padre e triestine-tirolesi da parte di madre, nacque in territorio sloveno e fu perfettamente trilingue parlando italiano, tedesco e sloveno. (Durante il fascismo fu podestà di San Daniele del Carso).