Una non-recensione: ‘Saggio sul Juke-box’ di Peter Handke

Ovvero tracce di letteratura nel luogo meno letterario che potresti pensare: Monfalcone

Ogni luogo stimola la letteratura che merita. Questa riflessione nasce dalla lettura di romanzi di scrittori monfalconesi – e già la definizione ‘monfalconese’ fa problema – o che parlano della città dei Cantieri.

Immagine da Handke Peter, “Saggio sul juke-box. Una coinvolgente riflessione sul tempo e sulla storia”, Garzanti, Milano, 2004, pp. 62-64.

Non è ora però che voglio affrontare questo discorso su Monfalcone e la letteratura in modo approfondito che pure prima o poi vorrei provare a trattare partendo perlomeno da ‘Africa bianca’ di Angelo Colleoni (scritto a cento metri da casa mia) e ‘Tuta gialla’ di Norzio Zorzenon.
Ho appena finito di leggere dello scrittore austriaco Peter Handke ‘Saggio sul Juke-box’. Testo che ho affrontato per il solo esclusivo motivo che cita Monfalcone (ma anche Casarsa in regione: del resto Handke è spesso ospite delle nostre terre).
È piuttosto significativo che un racconto che si caratterizza per l’assenza dell’oggetto intenzionato riconosca in Monfalcone (a pochi passi da casa mia e significativamente nei pressi di quel non-luogo che è la stazione dei treni sospeso tra lo stare e l’andare) una presenza suggestiva dell’oggetto ricercato: il juke-box con tutta la sua carica evocativa di un passato caratterizzato da quel giocattolo sonoro proveniente dagli Stati Uniti.
Monfalcone è triste (ricordate ‘Chi dice “Com’è triste Venezia” non ha mai visto Monfalcone’ come recitava Dario Fo e al suo seguito Paolo Rossi originario della città cantierina e segnatamente della colonìa Solvay sotto casa mia e di cui parla Colleoni nel suo romanzo) e/ma nella sua tristezza si dimostra luogo particolarmente adeguato a rappresentare al tempo stesso la nostalgia e la vitalità: come quelle di e per una certa classe operaia forse.
Qualche parola chiave del saggio (che poi saggio non è): suggestione, fascino, rarità, paesaggio, musica, ricerca (o meglio ‘Versuch’).

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sbronza, dopo sbronza, scrittura…

 

Nell’ubriachezza la cosa più bella non è la gaiezza, non quella strada in salita, non quelle braccia sollevate e quelle trovate che vengono, nell’ubriachezza la cosa più preziosa è il giorno dopo, quella sbronza, quei rimorsi di coscienza, quello spleen, quando uno è giù, come voi mi avete trovato mentre lavavo i piatti, quando ero mamma a me stesso e di nuovo, come ogni sbronza, mi dicevo…

Che sarà di te? E questa è la forza di una sbronza, che uno vuole cominciare una nuova vita… e poi, nella sbronza, almeno io, arrivo a pensieri che avrei timore di pensare da sobrio, con il corpo e l’anima prostrati dalla sbronza mi vengono pensieri che in altri momenti mi spaventerebbero, ma quei pensieri nella sbronza sono pensieri genuini, con i quali uno arriva non molto, ma comunque un po’ più oltre… Così, quando durante una sbronza a uno viene in mente chi ha offeso la sera e la notte del giorno prima, quel che ha combinato, quando uno si ricopre di sudore per l’orrore e la vergogna, per tutto ciò che ha spifferato contro di sé, che ha scagliato contro i vicini e gli ospiti, quando dunque gli viene voglia di non vivere di più, quando nella sbronza riflette sul suicidio, allora a un tratto compare la frase seppellita… Che sarà di te? Sapete, in realtà quella mia scrittura, ora mi viene in mente, quella mia scrittura è anche in certo modo una difesa dal suicidio, come se con quella scrittura fuggissi davanti a me e da me, con quella scrittura, ma contemporaneamente da qualche parte scopro questo, che sarà di me? Che ero e chi sono veramente adesso, con quella scrittura in qualche modo mi curo, come i cattolici si curano con la confessione, come gli ebrei si curano davanti al muro del pianto, come i nostri antenati si curavano confidando segreti e apprensioni e orrori a vecchi salici muti, e alla fin fine come i pazienti di Freud si curavano, rilassandosi e spiattellando tutto ciò che veniva loro da dire… Veramente quella mia scrittura è fuggire da una riga all’altra, è così bello vedere tutto questo alla macchina da scrivere, non so mai che cosa ho scritto, insegue sempre e soltanto un certo pensiero che è solo e soltanto davanti a me, voglio raggiungerlo ma lui di continuo mi precede, così come io da bambino fuggivo in treno dalla nonna, come fuggivo dalla scuola a casa, come fuggivo davanti a me stesso dalla casa paterna lungo il fiume, del resto sono sempre fuggito da dove mi trovavo, fuggivo da tutte quelle mie signorine per andarmene a giocare a carte con i ragazzi, per fuggire subito dopo dai ragazzi e dai compagni da qualche parte nell’oscurità, e quando mi fermavo vedevo che dovevo di nuovo fuggire, sempre davanti a me stesso, perché non trovavo uno scopo, da bambino, da giovane uomo, e poi quei miei lavori, avevo sempre un lavoro in cui potevo fuggire, da assicuratore per tornare a casa con grandi aspettative, a casa per fuggirmene fuori, nelle osterie, da commesso viaggiatore di giocattoli e di mercerie fuggivo in terno e in autobus dove? A vendere quei giocattoli e mercerie ai negozianti, come per quattro anni sono andato a Kladno, alla Poldovka, per fuggirmene in autobus al lavoro, al lavoro per trasportare col trenino materiali per i forni Martin, poi di nuovo in autobus a casa, a casa subito in osteria, dove anche oggi a un tratto impallidisco e devo di nuovo andare altrove, così come anche noi oggi siamo continuamente in movimento, sempre di corsa, siamo di continuo per strada perché temiamo, che cosa temiamo?

Che sarà di noi…


da Bohumil Hrabal Le nozze in casa