ipse dixit

“Si sta vivendo da anni in uno stato di minaccia di violenza, ma non si sa più o non si sa ancora se il clima paranoide in cui viviamo sia reale o creato artificialmente come un nuovo sistema di controllo, in cui ogni cittadino diffida dell’altro, e quindi se siamo noi stessi i soggetti e gli oggetti del controllo che le istituzioni incominciano a non garantire più totalmente.”
Franco Basaglia, 1974

“I DANNATI DELLA TERRA”

Mi sono imbattuto in Frantz Fanon e penso che una lettura come “i dannati della terra” in questo periodo storico possa dare una luce nuova, uno squarcio sulle vicende internazionali di adesso.
il libro si occupa di colonizzazione e decolonizzazione, di colonizzati e colonizzatori e in questo periodo di neocolonialismo è interessante leggere cosa pensava un intellettuale engagé per di più di colore all’epoca della guerra d’Algeria. Senz’altro come dice Sartre nella prefazione ci fa vedere le colpe e i privilegi di noi bianchi-occidentali di fronte alle colonie anche a quelli di noi che si dichiarano assolutamente contrari a qualsiasi sfruttamento di altri essere umani.
ecco alcuni passi: uno che ricorda la situazione che si vive in Palestina (ma anche in milioni di altre parti nel mondo: anche a Monfalcone probabilmente) e una su chiesa e colonizzati (e in questo periodo di crociate…)
“La zona abitata dai colonizzati non è complementare della zona abitata dai coloni. Queste due zone si contrappongono, ma non al servizio di un’unità superiore. Rette da una logica puramente aristotelica, obbediscono al principio di esclusione reciproca: non c’è conciliazione possibile, uno dei due termini è di troppo. La città del colono è una città di cemento, tutta di pietra e di ferro. E’ una città illuminata, asfaltata, in cui i secchi della spazzatura traboccano sempre di avanzi sconosciuti, mai visti, nemmeno sognati. I piedi del colono non si scorgono mai, tranne forse in mare, ma non si è mai abbastanza vicini. Piedi protetti da calzature robuste mentre le strade della loro città sono linde, lisce, senza buche, senza ciottoli. La città del colono è una città di bianchi, di stranieri.
La città del colonizzato, o almeno la città indigena, il quartiere negro, la medina, la riserva, è un luogo malfamato, popolato di uomini malfamati. Vi si nasce in qualunque posto, in qualunque modo. Vi si muore in qualunque posto, di qualunque cosa. E’ un mondo senza interstizi, gli uomini ci stanno ammonticchiati, le capanne ammonticchiate. La città del colonizzato è una città affamata, affamata di pane, di scarpe, di carbone, di luce. La città del colonizzato è una città accovacciata, una città in ginocchio, una città a testa in giù. E’ una città di sporchi negri, di luridi arabi. Lo sguardo che il colonizzato getta sulla città del colono è uno sguardo di lussuria, uno sguardo di bramosia. Sogni di possesso. Tutte le forme del possesso: sedersi alla tavola del colono, dormire nel letto del colono, possibilmente assieme a sua moglie. Il colonizzato è un invidioso, il colono non lo ignora quando, cogliendone lo sguardo alla deriva, constata amaramente ma sempre all’erta: << Vogliono prendere il nostro posto>>. E’ vero non c’è colonizzato che non sogni almeno una volta al giorno di impiantarsi al posto del colono.”
“Occorre mettere sullo stesso piano il DDT che distrugge i parassiti, vettori di malattia, e la religione cristiana che combatte i germi e le eresie, gli istinti, il male. […] La Chiesa in colonia è una Chiesa di bianchi, una Chiesa di stranieri. Non chiama l’uomo colonizzato alla via del Signore, ma alla via del bianco, alla via del padrone, alla via dell’oppressore.”
per me che mi occupo di psichiatria è possibile anche un paragone con la situazione del matto e del resto da Fanon è partito anche Basaglia…